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— Il nostro svenimento è stato causato dalla grande elevazione a cui era giunto l’aerostato, — disse l’agente. — Settemila metri!... A simile altezza non si può vivere.

— E perchè non dirmelo prima? — chiese il mastro. — Avrei fatto il salasso a tempo opportuno.

L’agente alzò le spalle e non rispose. Si levò, guardò il barometro, lanciò uno sguardo al di fuori, poi si accomodò tranquillamente fra i sacchi e tornò a chiudere gli occhi.

— Signore, — disse il mastro, — noi discendiamo.

— Non so cosa farci, — rispose l’agente.

— Fra poco caleremo fra le nubi.

— Tanto peggio.

— Buona notte allora. Auff! Che orso!

— Bah! Sapremo noi levarci d’impiccio senza di lui, quando sarà venuto il momento opportuno! — disse Cardozo.

— Eh! Non prendertela tanto allegramente, figliuol mio. Il pallone scende con molta rapidità.

— Abbiamo dell’altra roba da gettare: le coperte, i viveri, la provvista d’acqua, il barilotto di wisky.

— Una sessantina di chilogrammi in tutto. Poca cosa, Cardozo.

— Poi getteremo la navicella e ci aggrapperemo alla rete.

— Speriamo di non arrivare a questo punto.

Ahimè! A questo punto dovevano purtroppo arrivare, e più presto di quanto lo credevano. Il pallone, che aveva già subìto due abbondanti salassi, pur continuando a marciare con notevolissima velocità verso la costa americana, si abbassava sempre di tre o quattrocento metri all’ora. È bensì vero che di quando in quando faceva dei balzi di qualche centinaio di piedi, come se prendesse novella forza, ma poi tornava a ricadere e più presto di prima. Alle undici Cardozo, che si era seduto presso il barometro, constatò che non si trovavano che a millecinquecento metri. Le nubi erano vicinissime e si vedevano accavallarsi confusamente, lacerarsi e rinchiudersi sotto i violentissimi colpi di vento, abbassarsi ed alzarsi, e tingersi di luci vivide o rossastre.