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che pareva si agitasse tutta: bande numerosissime di pappagalli grigi, di cardinali superbi, di pernici da campo, s’alzavano fra le erbe, gettando grida gioconde, mentre fuggivano rapidamente in tutte le direzioni i nandù, che somigliano assai agli struzzi africani nelle forme, mandando delle grida stridenti, sgradevolissime, e si celavano dentro gli stagni salmastri i guillius, che somigliano alle lontre e che hanno un pelo pregiato quanto quello dei castori.

I due cavalli, quantunque portassero doppio carico e avessero già percorso diversi chilometri, galoppavano con bastante rapidità, tuffandosi fra le alte e grasse erbe che coprivano la gran pianura. Del resto i cavalieri, ai quali premeva di porre una grande distanza fra loro e i Patagoni, non risparmiavano nè grida, nè speronate, per eccitarli sempre più.

Alle nove il gaucho, che apriva la marcia, rassicurato dalla calma assoluta che regnava sulla pampa e dal silenzio perfetto, fece fare una breve sosta sulle sponde di un piccolo corso d’acqua, in mezzo al quale nuotavano in gran numero grosse anguille, superbe trote e pesci-re (cyprinus regius).

I cavalli erano esausti e richiedevano un po’ di riposo, e gli uomini, che avevano vegliato quasi tutta la notte, erano affranti. Ramon approfittò di quel po’ di sosta per abbattere con un colpo di trombone una ventina di pappagalli che schiamazzavano fra i rami di boughe, e Cardozo per fare una discreta provvista di uova di struzzo, scoperte dentro una specie di cavità.

Il mastro, che moriva di fame, cucinò una mezza dozzina di quelle uova, che furono subito divorate, malgrado il loro sgradevole sapore di selvatico.

Alle 11 i cavalieri si rimettevano in marcia, seguendo un piccolo arroyo, un torrentello che pareva corresse verso il lago Urre. Dei Patagoni nessuna traccia fino allora, quantunque Ramon avesse accostato più volte l’orecchio a terra, onde cercare di raccogliere il galoppo dei loro cavalli.

Però nè il gaucho, nè il mastro si illudevano, ben conoscendo i Patagoni. Entrambi davano segni di una viva