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con sè le pistole, sulle quali molto calcolava in caso di disgrazia.

Benchè fino allora il capo patagone si fosse mostrato verso di lui pieno di attenzioni, egli ricominciava a ridiventare inquieto, ignorando il motivo di quella gita misteriosa; pure, ben sapendo che una resistenza sarebbe stata del tutto vana, anzi assai compromettente, finse di far buon viso alla cattiva fortuna.

Hauka osservò il cavallo con profonda attenzione di uomo che se ne intende, poi gli gettò sulla groppa una grossa coperta araucana, sovrapponendovi la tusk, che è una grande sella, ben fatta, di legno ricoperto di pelle, e passò in bocca al destriero il morso, che è di legno, fornito di solide briglie di pelle intrecciata.

Afferrò poscia il signor Calderon e, senza sforzo alcuno, lo mise in sella, legandogli ai piedi due strani speroni, detti watercu, composti di due cilindri di legno, forniti di un chiodo molto acuto.

Appese alla sella le staffe, che sono di legno ben pulito, coll’arco di pelle, poi balzò su di un altro cavallo che era stato già bardato. Ad un suo fischio tutti i guerrieri che erano nel campo inforcarono i loro cavalli e si misero dietro al figlio della luna in maniera da impedirgli ogni tentativo di fuga.

— Andiamo, — disse il capo.

— Ma dove mi conduci? — chiese ancora il signor Calderon, le cui inquietudini crescevano.

— Lo saprai ben presto.

— Ricordati che io sono il figlio della luna, e che con un solo cenno ti posso far morire.

— Hauka è buono, — si accontentò di dire il capo. — Partiamo, chè il tragitto è lungo.

I cavalli, spronati vigorosamente, partirono di carriera, scomparendo verso le grandi praterie del sud.