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Udendo la voce del capo, i guerrieri balzarono in piedi, mandando assordanti clamori, staccarono i cavalli, salirono in arcione, impugnarono le lance, e si slanciarono dietro al capo, che galoppava intrepidamente attraverso la prateria per accogliere degnamente l’astro che si degnava visitare i figli delle pampas.

La supposta luna era lontana pochi tiri di fucile e scendeva lentamente. Aggrappato al suo fianco si vedeva un uomo, il quale pareva che osservasse con viva attenzione i cavalieri che gli correvano incontro.

Il capo, giunto proprio sotto la luna, o, meglio, sotto al pallone, come già il lettore avrà indovinato, alzò le mani verso quell’uomo, gridando: — O sciasciè!1

Il figlio della luna, che non comprendeva forse la lingua patagone, non rispose e continuò a guardare i cavalieri, che seguivano il pallone al piccolo trotto, agitando festosamente le lance. Il capo ripetè la parola in lingua spagnola, pregando che lo sciasciè si degnasse di scendere fra i prediletti figli di Vitamentru.

Il figlio della luna questa volta si degnò di rispondere con un gesto affermativo; ma il pover’uomo, che pareva non disponesse di alcun mezzo per effettuare la discesa, non abbandonò la rete, a cui si teneva solidamente aggrappato.

Il pallone però, che doveva essere quasi vuoto, a giudicare dalle innumerevoli pieghe che cadevano lungo i suoi fianchi, scendeva sempre con dei dondolamenti fortissimi e pareva che fosse, in certi momenti, lì lì per rovesciarsi a causa senza dubbio di quell’uomo, che si teneva come incrostato alla rete. Ben presto ondeggiò a soli quattro metri di altezza, sfiorando coll’estremità inferiore le cime di alcuni cespugli di huignal, carichi di grosse bacche. Il figlio della luna, che ormai si trovava nell’impossibilità di sfuggire all’inseguimento dei patagoni, liberò le gambe, che teneva dentro le maglie della rete, e si lasciò cadere a terra, sprofondando fra i cespugli.

  1. O padre!