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– Andiamo, signore – rispose Nunez che era diventato pallido e che aveva gettato sull'inglese uno sguardo feroce.

L'ufficiale, preceduto dal negriero, e seguìto da sei dei suoi soldati, scese la scala e mise piede nel frapponte. Gli bastò un solo sguardo per indovinare a quale traffico si dedicava l'Albatros.

– Degli anelli e delle catene fissati alle pareti e al tavolato! – esclamò, sorridendo con aria di trionfo. – Come spiegherete la presenza di queste ferramenta sospette, signor Fernando Nunez?

Il negriero, che ormai si vedeva perduto, si sentì inondare la fronte d'un freddo sudore, e in cuor suo maledì l'istante in cui aveva imbarcato il giovane marchese, causa unica della sua disgrazia. Pure, volle tentare un ultimo colpo.

– Che cosa volete dire? – chiese, sforzandosi di mostrarsi tranquillo.

– Che voi esercitate la tratta degli schiavi.

– Io!...

– Gli anelli e le catene lo affermano.

– Ma quando acquistai la nave, le catene e gli anelli vi esistevano.

– Ah! Voi avete acquistata la nave da un negriero? E vi siete dato alla fuga temendo che noi fossimo dei pirati? Eh via! Che corbellerie volete darmi ad intendere, signor Nunez?

– Vi giuro...

– Giurerete più tardi, quando vi avremo condotti tutti alla Giamaica. Le autorità di Kingston s'incaricheranno di fare un po' di luce sui vostri traffici.

– Badate!... – gridò Nunez coi denti stretti. – Sono suddito spagnolo.

– I negrieri vivono fuori dalle leggi e non hanno patria. Risaliamo!

Stava per porre il piede sul primo gradino quando una voce soffocata, che pareva venire dalla profondità della stiva, si udì gridare:

– Aiuto! Aiuto!