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e uscirono accompagnati dal messicano. Al di fuori trovarono i quattro indiani accoccolati intorno al marchesino, il quale era stato deposto su di una ricca coperta, sospesa come un'amaca fra due rami di un albero.

– Quando si sveglierà gli porgerai i miei saluti – disse il barone al messicano. – Gli accoglierà male, ma speriamo che un giorno mi perdoni di averlo rapito e che si ricordi, senza rancore, di me.

Scesero la riva, dopo d'aver attraversata la macchia, e s'imbarcarono.

– Addio, Ramieroz – disse di Chivry, con voce commossa. – Se non ci rivedremo più mai, ricordati qualche volta del tuo vecchio amico.

– Spero di rivederti nella grande prateria – disse il messicano. – La patria è bella ma la prateria sconfinata è migliore.

Strinse la mano a tutti, augurò il buon viaggio, poi risalì la sponda e scomparve nella macchia.

– Partiamo – disse di Chivry, che era diventato triste.

– Spiegate la randa – disse Nunez.

I due marinai sciolsero le vele, e la rapida baleniera prese il largo scendendo la corrente del San Fernando, la quale calava assieme alla marea.

In lontananza si udì ancora la voce del messicano che cantava:

Cabalga, cabalga el conde,
La condessa en grupas va
Y á su castillo...1

Poi tutto rientrò nel silenzio, mentre il barone diventava maggiormente triste.

La baleniera, che filava come una freccia, uscì dalla foce e si slanciò sul braccio di mare che mette nella grande laguna. Il vento, che era girato all'ovest, gonfiava la randa e i flocchi, spingendola

  1. Ecco il conte cavalca cavalca / La contessa recando in groppa / E al castello suo...