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Una pesca straordinaria 153


— Allora noi ci terremo pronti a fucilarlo, — disse Boris.

— Liwitz, alla macchina, — comandò Ranzoff. — Tentiamo di alzarci.

— Ha una grande potenza ascensionale?

— Sì, signor Boris. Io spero di trascinare fuori dalle alghe quel mangiatore d’âncore.

— A me una grossa carabina, — gridò il cosacco. — Voglio fracassare qualche cosa di enorme. —

Mentre Liwitz si preparava a mettere in moto le gigantesche ali e tutte le eliche, onde dare allo Sparviero il maggior slancio possibile, il misterioso mostro marino continuava a dibattersi furiosamente.

Le alghe, spinte in alto da una forza straordinaria, s’aprivano, formando dei piccoli canaletti e si torcevano in tutti i sensi come se venissero tenagliate da una moltitudine di robuste braccia.

Legioni di bruttissimi ragni marini e di piccoli cefalopodi fuggivano attraverso le bucciferum, gareggiando in celerità, in preda ad un vivissimo terrore. Rokoff, Fedoro, Boris e Wassili si erano collocati a prora, armati tutti non già di fucili da caccia, bensì di pesanti carabine per le grosse cacce.

— Siamo pronti? — chiese ad un tratto Ranzoff.

— Sì, capitano, — rispose Liwitz.

— Dà uno strappo. Vediamo se la catena resiste, ma prima lasciamone scorrere otto o dieci metri. —

I marinai furono lesti a obbedire ed i dieci metri scapparono attraverso la piccola cubia di tribordo, affondando fra le alghe.

Subito le due immense ali e tutte le eliche si misero in moto e lo Sparviero cominciò ad inalzarsi obliquamente, ma giunto all’altezza di dodici metri trovò una vivissima resistenza.

La catena si era tutta tesa e l’âncora teneva fermo, affondata sotto il folto strato d’alghe.

— Ah! La vedremo signor mostro marino, — disse Ranzoff. — O ti mostri o ti strapperemo le mascelle. Liwitz, sforza la macchina.

— Sì, capitano, — rispose il macchinista, — purchè la catena non si spezzi.

— È d’acciaio solidissimo. —

Le ali e le eliche battevano e turbinavano furiosamente, tentando di trascinare in alto il fuso e l’ostacolo che lo tratteneva.

Le alghe si alzavano qua e là come per dare il passo a qualche corpo gigantesco e si strappavano sotto la poderosa tensione della catena.