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Romero e Teresita 283


— Gran Dio!... — esclamò Romero, coprendosi il volto colle mani.

Poi cadendo in ginocchio, mormorò a più riprese:

— Perdonami, Than-Kiù!... Perdonami pel nostro amore passato.

— Taci!... — disse la giovane coi denti stretti. — Non ricordare il nostro amore, Romero. È stato troppo fatale a tutti.

— Ma tu, che cosa sei venuta a fare qui?... — chiese egli alzandosi bruscamente. — Chi ti ha detto che la cannoniera era naufragata sulle coste di quest’isola e che, io mi trovavo prigioniero?...

— Chi?... Che t’importa il saperlo?... Avevo un debito con te, un debito che mi pesava sull’anima e sono qui venuta per pagarlo: ecco tutto.

— Un debito!...

— Quello che io contrassi con te sulle rive di Malabon. Te lo ricordi, Romero?...

— Sì, ma non era un debito. Io avevo immensamente amato anche il Fiore delle perle e non potendoti fare mia, volevo mostrarti che per te avrei sfidata la morte, pur di salvarti.

— Lo so, — mormorò Than-Kiù, con un sospiro, — ma ora tutto è finito fra me e te. Tu sei della donna bianca ed io appartengo ad un altro uomo.

— A chi?... — chiese Romero, con accento di doloroso stupore.

La giovane chinese invece di rispondere s’avvicinò all’albero dietro il quale stava nascosto Hong, prese per una mano il valoroso chinese e conducendolo dinanzi a Romero, disse con voce ferma:

— L’uomo che amo è questi: domani io sarò la moglie di Hong.

Romero vacillò, mormorando:

— Hong!... Hong!...

— Sì, Romero — disse il chinese. — Il Fiore delle perle è mio e guai a chi lo toccherà.

Poi sollevando fra le robuste braccia la giovane, aggiunse:

— Vieni, fanciulla mia: la felicità ti aspetta sulle rive del Fiume Giallo, presso la tomba dell’eroico tuo fratello, all’ombra dei tuoi lillà e della grande cupola a scaglie di ramarro.

Than-Kiù gli sorrise e gli si abbandonò fra le braccia, mentre Romero chiudeva gli occhi per non vedere quella coppia felice.