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256 Capitolo trentaduesimo


— Sono sicura di me, Hong: lo vedrai domani.

— Questa sera noi partiremo allo spuntare della luna. Va’ a riposarti, fanciulla mia; abbiamo marciato tutta la notte e tu devi essere forte per la prova suprema.

— Ti obbedisco, giacchè lo vuoi, ma il Fiore delle perle è pronta alla lotta e non tremerà dinanzi all’uomo che aveva amato sui campi dell’insurrezione. —

Tiguma e gl’igoroti avevano preparato dei nuovi letti con fasci di foglie fresche, prevedendo che i chinesi ed il malese, stanchi per quella lunga marcia notturna, avrebbero preso un po’ di riposo prima di rimettersi in cammino pel lago di Linguasan.

Hong ed i suoi compagni, invitati anche dal grande calore che regnava in quella foresta, ne approfittarono.

Il loro sonno non fu turbato da alcun avvenimento e appena calate le tenebre e sorta la luna, abbandonavano la capanna, sperando di giungere, allo spuntare del giorno, alla tribù di Bunga.

Il marinaio e due igoroti si erano uniti a loro per guidarli; invece gli altri erano rimasti alla piccola stazione, per avvertire i loro compatrioti in caso di pericolo, essendo in continua guerra coi pirati di Butuan e coi cacciatori di teste.

Quella grande foresta che si estendeva senza interruzione dalle rive del Bacat a quelle del Linguasan, era meno intricata di quella che avevano attraversato prima Hong ed i suoi compagni. Era composta di alberi isolati e quasi priva di quei noiosi calamus che interrompono continuamente il cammino, costringendo le persone ad una continua e faticosa manovra dei kampilang o dei pesantissimi bolos. Era anche meno deserta, vedendosi sovente dei villaggi aerei costruiti sulle biforcazioni dei più grossi rami, villaggi abitati tutti da igoroti dipendenti da Bunga.

Alle due del mattino, dopo una fermata d’un paio d’ore, il drappello incontrava i primi terreni paludosi che indicavano la vicinanza del Linguasan.

Larghi stagni coperti di canne giganti, in mezzo alle quali nidificavano migliaia d’uccelli acquatici, si distendevano nella foresta, costringendo i viaggiatori a percorrere dei lunghi giri. Talvolta invece erano dei corsi d’acqua che tagliavano la via, per lo più fangosi, abitati da serpenti ed anche da coccodrilli.

Non essendovi nessun ponte, i chinesi ed i loro compagni si trovavano obbligati a passarli tutti a guado, ma Than-Kiù giungeva sull’opposta riva sempre perfettamente asciutta, perchè Hong la portava fra le braccia.

Cominciava a spuntare l’alba, quando si trovarono quasi improv-