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Pagina:Salgari - Il Fiore delle Perle.djvu/298

254 Capitolo trentaduesimo


Trovandoci impegnati fra i banchi di sabbia ed in procinto di venire sbattuti contro la costa, il comandante cacciò la Concha nel fiume, però anche là le onde risalivano la corrente così furiosamente, che fummo costretti a spingerci più innanzi, finchè toccammo.

L’arenamento fu così violento, che la cannoniera si rovesciò su di un fianco, facendo cadere in acqua quasi tutto l’equipaggio, e buona parte di quei disgraziati non poterono più tornare a bordo; il fiume li aveva inghiottiti.

Quando ci contammo eravamo soli ventidue, mentre avevamo lasciato Manilla in quarantasei.

Essendo a così breve distanza dalla capitale del Sultano, non avevamo presa alcuna misura di precauzione, certi di non venire disturbati, e quella fiducia fu la nostra perdita.

La stessa notte, mentre eravamo tutti addormentati, i pirati di Pandaras circondavano la cannoniera, salendo audacemente a bordo.

Quando ci accorgemmo dell’attacco, i mindanesi erano già sul ponte e si erano resi padroni dei due pezzi d’artiglieria che stavano a poppa.

Dal capitano, dagli ufficiali e dal maggior d’Alcazar fu tentata la resistenza che terminò in un vero massacro. Tutti furono uccisi, eccettuati don Romero, sua moglie e altri sei miei compagni, rimasti bloccati nel quadro di poppa.

Chi più chi meno avevamo ricevuto delle ferite, avendo tentato di irrompere in coperta per portar soccorso al comandante, ed anche don Ruiz aveva ricevuto un colpo di parang sul petto, nel difendere sua moglie.

Credevamo di venir tutti finiti, invece, con nostra grande sorpresa, fummo non solo risparmiati, ma anche bene trattati. Si diceva che Pandaras avesse fatto dei progetti su di noi e che sperasse un grosso riscatto, essendosi accorto che Romero Ruiz e sua moglie erano persone d’alta condizione.

Fummo medicati e imbarcati su due scialuppe per essere condotti a Butuan. Gli strapazzi di quel lungo viaggio furono fatali a cinque dei nostri compagni, le cui ferite si erano inasprite, e cessarono di vivere mentre salivamo il Bacat.

Ci eravamo già rassegnati alla nostra schiavitù, non vedendo la possibilità di poter deludere la sorveglianza dei nostri guardiani, quando una notte mentre le canoe si trovavano ferme su queste rive, i pirati furono a loro volta attaccati.

Era una banda d’igoroti, che li aveva assaliti. Sorpresi nel sonno furono facilmente vinti e scannati prima ancora che potessero organizzare la resistenza, ma noi fummo risparmiati in causa della nostra pelle bianca.