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Pagina:Salgari - Il Fiore delle Perle.djvu/296

252 Capitolo trentaduesimo


In un angolo un fuoco ardeva e sopra arrostivano alcuni grossi pesci di fiume, somiglianti alle trote, ed una coscia di cinghiale.

Sotto quella tettoia vi erano delle scranne di bambù, rozze sì, ma abbastanza comode, ed una tavola fatta pure con canne di bambù spaccate, lavori dello spagnuolo di certo, non avendo gl’igoroti mai sentito il bisogno di quei mobili.

Than-Kiù ed i suoi compagni furono invitati ad accomodarsi, poi il marinaio, che si era incaricato di fare gli onori di casa, depose sulla tavola, sopra una grande foglia di palma, i pesci e la coscia del cinghiale, aggiungendovi dei pani di fecola, delle noci di cocco, dei banani, degli aranci ed un vaso di terra ripieno d’un succo dolce e piccante, ottenuto forse colla fermentazione delle frutta di sagu.

Tutti fecero buona accoglienza al pasto, anche Than-Kiù, la quale pareva che fosse diventata di buon umore, scherzando perfino coi suoi compagni. Si avrebbe potuto credere, che passato il primo impeto di gelosia, avesse riacquistata la sua calma, se il suo pallore non avesse tradito invece le preoccupazioni dell’anima ed i tormenti del cuore.

Terminato il pasto, Hong si volse verso lo spagnuolo e dopo d’averlo ringraziato dell’ospitalità, lo pregò di raccontare il disastro della Concha.

— Noi sappiamo qualche cosa, — disse il chinese, — però non conosciamo interamente il drammatico naufragio della cannoniera, poichè Pandaras non aveva interesse a narrarci tutto, anzi al contrario.

— Pandaras!... — esclamò lo spagnuolo. — Avete conosciuto quel pirata?...

— Siamo stati suoi prigionieri.

— Voi!... E siete riusciti a sfuggirgli di mano?

— Abbiamo fatto di meglio, amico mio: lo abbiamo ucciso.

— Grazie per averci vendicati, essendo stato quel miserabile ad assalire la cannoniera ed a macellare quasi tutti quelli che la montavano.

— Raccontate tutto, — disse Than-Kiù. — Siamo impazienti di udire quell’istoria. —

Il marinaio invece di cominciare fissò i suoi occhi sulla giovane chinese, passandosi a più riprese la mano destra sulla fronte, come se si sforzasse a evocare qualche lontano ricordo. Ad un tratto trasalì e mandò un grido di stupore.

— Che cos’avete? — chiese Than-Kiù, sorpresa.

— Io vi ho già veduta! — esclamò. — Io ho udita la vostra voce!... Credevo di essermi ingannato; ora non ho più dubbi.

— Quando? — chiese Than-Kiù.

— Era una notte oscura, senza luna e senza stelle e la vostra voce