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Un superstite della «Concha» 251


— Vivo!... — mormorò ella.

— Sì, vivo.

— Ed anche Teresita d’Alcazar?...

— Sì, però assai ammalata.

— Ah!... Ed il maggiore d’Alcazar?...

— Morto. È stato ucciso durante l’assalto della cannoniera.

— Quanti siete voi?

— In quattro soli: due marinai, don Romero e sua moglie.

— Sua moglie!... — esclamò Than-Kiù coi denti stretti, mentre un brivido le scuoteva le membra. — Ah! Sì, sua moglie!... —

Quindi dopo d’aver guardato lo spagnuolo per alcuni istanti, ma come trasognata, chiese con voce sibilante:

— E si amano?

— Sì, molto.

— L’adora, è vero? —

Il marinaio non rispose; guardava la giovanetta con crescente stupore non sapendo dove mirasse, nè perchè volesse sapere se Romero amava sua moglie.

Hong, che fino allora era rimasto muto, colla fronte corrugata, si avvicinò alla giovane e le disse in chinese:

— Il Fiore delle perle si dimentica dell’amico devoto?... —

Than-Kiù trasalì, chiuse gli occhi come se volesse sfuggire a qualche angosciosa visione, poi tendendo una mano al suo valoroso compagno e stringendogliela febbrilmente, rispose:

— No, Hong: è stata l’ultima emozione. Ora la ferita è rimarginata, ed il Fiore delle perle non appartiene che a te.

Si rivolse al marinaio e con accento perfettamente tranquillo, che dimostrava quanta forza d’animo possedesse quella strana fanciulla, gli chiese:

— Siamo lontani dai vostri compagni?

— Otto o dieci ore di marcia.

— Avete qualche capanna sulla riva opposta?

— Sì, signora.

— Passiamo il fiume. —

Scese nella canoa seguìta dal marinaio, dai compagni e dagli igoroti, e diede il comando della partenza.

La scialuppa, abilmente manovrata, riprese il largo e fu ormeggiata sulla riva opposta, entro un piccolo seno naturale.

Il marinaio, che si era messo alla testa del drappello, s’internò nella foresta e dopo d’aver percorso cinque o seicento passi, s’arrestò dinanzi ad una spaziosa tettoia coperta da otto o dieci piante di arecche.