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248 Capitolo trentunesimo


Il chinese si era pure slanciato, stringendo la pesante sciabola. La lama s’alzò e discese rapida, affondandosi nel cranio della belva.

Il colpo fu così violento che il sangue sprizzò alto, macchiando il chinese.

Il malese, sentendo allargare la stretta, era sgusciato fra le zampe dell’animale, dicendo:

— Grazie, Sheu-Kin!... —

Il birmang, colpito a morte, si tenne ritto per qualche istante cercando di colpire i due avversari, poi cadde mandando un urlo così acuto da svegliare Hong, Than-Kiù e Tiguma.

— Cos’è successo? — chiese il primo, balzando in piedi col fucile in mano.

— Abbiamo guadagnata la colazione, — rispose Sheu-Kin.

— È un orso questo?...

— Sì, Hong.

— Un arrosto squisito.

— E che è costato poca fatica.

— Lo preparerete per domani. Sognavo appunto della selvaggina. —

E tornò a coricarsi a fianco di Than-Kiù, mentre Tiguma ed il giovane chinese scuoiavano l’animale e lo facevano a pezzi.

Il rimanente della notte passò senza altri allarmi.

L’indomani i chinesi ed i loro compagni, dopo una succulenta colazione, riprendevano le mosse scendendo gli ultimi scaglioni della catena di colline.

Al piano, numerose lagune si estendevano in tutte le direzioni, cosparse di piante acquatiche le quali servivano di rifugio a miriadi di uccelli.

La traversata di quei terreni pantanosi mise a dura prova la pazienza e le gambe del drappello, nondimeno fu compiuta felicemente e senza fare cattivi incontri.

Il paese era deserto e dei cacciatori di teste non avevano avuta più alcuna nuova. Certamente quegli uomini sanguinari, dopo tante perdite, avevano rinunciato a vendicare il bagani e se ne erano tornati al loro villaggio.

Dopo tre giorni di marcia, Tiguma annunciò finalmente che stavano per giungere sulle rive del Bacat e forse nei dintorni della stazione.