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La liberazione di Tiguma 237


La pioggia di scintille aveva messo in allarme tutti gli abitanti delle boscaglie.

Ogni momento, anche in vicinanza della capanna, passavano fuggiaschi. Ora erano scimmie, ora babirusse, ora gatti selvatici. Qualche volta si vedevano passare delle pantere nere, ma erano così spaventate da non pensare ad assalire.

Hong ed i suoi compagni, dopo d’avere costretta Than-Kiù a prendere un po’ di riposo, si erano messi in sentinella dietro la barriera di spine.

Quantunque non si fossero più udite le grida dei feroci cacciatori di teste, tutti erano inquieti. Anzi era appunto quel silenzio che li preoccupava maggiormente, temendo sempre una improvvisa irruzione dei nemici.

La notte tuttavia passò senza che i cacciatori di teste si mostrassero.

— Forse se ne sono andati, — disse il malese, quando vide sorgere l’alba.

Tiguma crollò il capo.

— No, — disse. — Non fatevi soverchie illusioni. Io conosco troppo bene quegli uomini.

— A quest’ora sarebbero venuti qui, se avessero avuta l’intenzione di cercarci.

— Forse non avranno osato muoversi di notte. Ardono dal desiderio di vendicarsi, ma anche ci temono molto.

— Tu sei convinto che avremo da fare ancora con loro?

— Ho questo brutto presentimento.

— È lontana la stazione del Bacat?

— Almeno dieci ore di marcia.

— Se si potesse, con una rapida corsa, raggiungere il fiume e varcarlo!...

— Non abbandoniamo questo rifugio. Qui siamo in caso di poter resistere a lungo e di poter infliggere una tremenda lezione a quei miserabili. Nella foresta non potremmo resistere ad un assalto, essendo ancor numerosi i nostri avversari.

— Quanti sono?

— Sessanta o settanta.

— Sono troppi per noi, — mormorò Pram-Li. — Saliamo sull’albero, Tiguma. Di lassù possiamo dominare benissimo anche le rive della palude. —

Il sole erasi alzato allora dietro la collina ed i suoi raggi caldissimi si proiettavano sulla foresta e sulla pianura sottostante, rifrangendosi poi sulle acque della laguna.