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222 Capitolo ventinovesimo


d’un’ampia laguna, la quale si estendeva fino alla base d’una catena di colline boscose.

Su quelle rive non crescevano che pochi alberi isolati e d’aspetto triste. Intorno a loro non si vedeva spuntare il menomo filo d’erba, il più piccolo cespuglio. Pareva che il suolo fosse diventato assolutamente arido sotto l’ombra proiettata dal loro fogliame. Il giovane selvaggio scorgendoli aveva fatto un gesto di disgusto, e si era affrettato a piegare verso il nord, come se fosse premuroso di evitarli.

Hong e Than-Kiù si erano invece arrestati, guardandoli curiosamente.

Quei vegetali non erano brutti, anzi tutt’altro. Avevano il tronco liscio, snello, senza nodi, alto una trentina di metri, e portavano alla cima numerosi ramoscelli sostenenti delle larghe foglie di colore verde cupo.

— Cosa sono, e perchè li eviti? — fece chiedere Hong al selvaggio.

Fu Pram-Li che diede la risposta.

Bohon upas, — disse, col tono d’un uomo che vuol significare un segreto terrore.

— Gli alberi del veleno, — mormorò Hong. — Ora comprendo il motivo per cui vegetano isolati.

— Che alberi sono? — chiese Than-Kiù.

— Danno il veleno, — rispose Hong. — È col succo concentrato di quelle piante che gl’indigeni di quest’isola, al pari di quelli del Borneo e di parecchie terre della Malesia, avvelenano le loro frecce.

— È potente il veleno che producono?

— Non si è ancora trovato un antidoto, Fiore delle perle. Solamente in casi rarissimi l’ammoniaca è riuscita a guarire qualche colpito dalle frecce intinte nel succo di queste piante.

— E come si ottiene il veleno?...

— Pram-Li che è malese deve saperlo.

— Sì, — rispose questi. — Ho assistito parecchie volte alla raccolta ed alla preparazione del liquido. Si ottiene facendo sul tronco di quelle piante delle profonde incisioni entro le quali si cacciano a forza dei sottili bambù, spaccati a metà.

Dopo qualche po’ scola una materia lattiginosa che si raccoglie entro mastelli, e che poi si espone al sole perchè si condensi. Solo però, non basterebbe forse ad uccidere un uomo, perciò dopo d’averlo ridotto in una specie di pasta, vi si aggiunge del succo di tabacco o del tuba, pianta questa che dà una materia pure velenosa. Talvolta vi si unisce anche del succo di gambir, e allora il veleno riesce più potente e può conservare per un anno le sue proprietà letali.

— E le frecce basta intingerle in quella pasta? — chiese Hong.