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196 Capitolo ventisettesimo


— Che cosa?...

— Dove finisce questa galleria?...

— Io non l’ho mai esplorata.

— Non sai se abbia qualche comunicazione coll’esterno?...

— Lo ignoro.

— Sheu-Kin, mettiti di guardia, e tieni il fucile puntato verso il fondo della galleria, e noi osserviamo un po’ questa freccia. —

S’alzò sulla punta dei piedi e staccò il dardo.

Era un leggero cannello di bambù, con la punta di ferro, fornita in fondo d’un turaccioletto che pareva formato con un pezzetto di midolla d’albero.

A metà lunghezza il malese vide una striscia verde, larga due pollici, e che pareva tagliata da qualche grande foglia.

— Cos’è questa? — chiese, guardando Tiguma. — Un segnale od un puro ornamento?...

— Credo che si tratti di una freccia messaggera, — rispose il giovane selvaggio.

— Vuoi dire?

— Che su questo pezzetto di foglia vi deve essere scritto qualche cosa.

— Infatti io ho udito raccontare che certe tribù fanno uso delle foglie invece che della carta.

Svolse delicatamente quella specie di nastro vegetale, ed alla luce dell’esca vide impressi dei segni disposti su una doppia fila.

— Che siano parole? — si domandò, con stupore.

Tiguma si era curvato su quel pezzo di foglia, e osservava attentamente quei segni.

Ad un tratto un grido gli sfuggì.

— Io conosco questa scrittura! — esclamò.

— La chiami una scrittura tu questa? — chiese Pram-Li.

— Sono segni che io comprendo perchè vengono usati anche dalla mia tribù.

— Possibile!... Allora si dovrebbe supporre...

— Che fra gli uomini del bagani si trovi un mio compatriota, — disse Tiguma.

— Decifra questi segni.

— Sono già riuscito a comprenderli.

— E cosa dicono?

— Che seguiamo la galleria fino alla sua estremità e che qualcuno veglia su di noi.

— Sì veglia su di noi!... — esclamarono Hong e Than-Kiù al colmo dello stupore, quando Pram-Li riferì loro queste parole.