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Le astuzie di Than-kiù 97


Pandaras, che pareva vergognoso di essere stato sorpreso dalla futura moglie.

— Sì, — rispose egli, — ma solo di quando in quando. So che è un vizio che abbrutisce e che rovina gli uomini anche i più robusti. Ti rincresce?...

— No, — rispose Than-Kiù. — Nel mio paese quasi tutti fumano l’oppio e perciò non sono sorpresa di vederlo fumare anche qui.

— Infatti i chinesi ne fanno un grande consumo e l’oppio che io fumo l’ho preso ad una giunca che ne portava molto a Canton.

— Ne hai una grossa provvista a bordo?...

— Ne ho una palla di venti once ed è di prima qualità, del vero patna.

— Allora puoi darne un po’ anche ai miei amici. Sarebbero felici di poter fumare un po’ d’oppio.

— Se ti fa piacere te ne darò e metterò a loro disposizione alcune delle mie pipe.

— Tu sei gentile, Pandaras, — disse Than-Kiù, con un adorabile sorriso.

— Nulla voglio rifiutare alla donna che fra due settimane diverrà mia moglie.

— Non è vero, Pandaras, tu mi rifiuti sempre una cosa.

— E quale?...

— La libertà ai miei compagni. Credi che non soffrano nella loro stretta prigione?...

— Io diffido di Hong. Quell’uomo è troppo forte e troppo coraggioso.

— Nulla potrebbe tentare contro i tuoi uomini che sono tutti armati e così numerosi.

— Potrebbe fuggire ed io non lo voglio.

— Mi hai promesso la loro libertà.

— Sì, quando saremo giunti a Butuan. Bisogna che io mostri al Sultano che qualche cosa ho fatto sul Talajan e che se mi è mancato il saccheggio di qualche giunca o praho, conduco con me almeno dei prigionieri.

— Sei valoroso ed astuto, — disse Than-Kiù.

— Sono un capo.

— E dei più valenti, — aggiunse la giovane chinese, con un sorriso che fece andare in sollucchero il ladrone.

— E tu sei bella e ardita, — disse Pandaras.

— Siamo fatti l’uno per l’altra, è vero?...

— Sì, adorabile creatura ed io ti faro la donna più felice del sultanato.