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96 Capitolo quattordicesimo


Than-Kiù, che rappresentava a perfezione la sua parte di futura moglie, non aveva mancato di approfittare della passione ardente del capo dei pirati. Due giorni dopo aveva ottenuto da lui il consenso di liberare dai legami i suoi compagni e di far avere a loro anche un po’ di tabacco e delle pipe onde si annoiassero meno. Non aveva potuto invece deciderlo a lasciarli salire in coperta.

Un resto di diffidenza lo aveva trattenuto. Forse, per intuito, egli sentiva che il vero pericolo poteva venire non da parte di Than-Kiù, ma da parte di Hong, di cui ormai conosceva l’audacia ed il vigore straordinario.

Aveva tuttavia promesso di accordare loro maggior libertà appena giunti al lago, ed aveva anche fatto comprendere alla giovanetta che non li avrebbe in seguito nè venduti come schiavi nè consegnati al Sultano.

Than-Kiù si era guardata dall’insistere, per tema di svegliare in lui dei sospetti che potevano compromettere la libertà di tutti. Giorno e notte però meditava ed architettava piani su piani per trovare il modo di sbarazzarsi di quel futuro marito e di prendere la via dei boschi assieme ai suoi compagni, non avendo alcuna intenzione di diventare la sultana dei pirati.

Anche Hong, Sheu-Kin e Pram-Li che si fidavano ben poco delle promesse del capo e che ne avevano abbastanza di quella prigionia, progettavano di continuo e si torturavano il cervello per finirla una buona volta con quei pirati. Però al pari di Than-Kiù non avevano fino allora trovato un mezzo pratico per lasciare quella poco piacevole compagnia.

Un giorno, il caso doveva indicare a Than-Kiù il modo per giuocare il tiro birbone a Pandaras.

Il praho era già giunto al Bacat, grosso corso d’acqua che esce dal lago di Butuan e che dopo un lunghissimo corso va a scaricarsi, per due braccia, nel Talajan e nel Rio Grande, in vicinanza di Kabato, quando Than-Kiù, essendo scesa improvvisamente nella stiva, sorprese il capo, sdraiato su alcune stuoie, che stringeva fra le labbra un grosso tubo chiuso ad una estremità e che a metà della sua lunghezza sosteneva un piccolo recipiente, terminante in una specie di coppa.

La giovanetta capì subito che quella pipa era una yeu-tsciang, cioè una pipa da oppio, affatto simile a quelle usate dai suoi compatrioti e nel suo cervello balenò quasi subito un ardito e nuovo progetto il quale doveva, a suo tempo, avere un esito che fino a quel momento ella non aveva sperato.

— Ah!... Tu fumi l’oppio come i miei compatrioti, — diss’ella a