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L'assalto della giunca 85


I marinai chinesi agli ordini di Hong e di Than-Kiù, s’affrettarono a obbedire al comando. Riparatisi dietro la murata, cominciarono un fuoco terribile contro le prime canoe, mentre il capo del Giglio d’acqua faceva giuocare la spingarda che era stata caricata con rottami di ferro e soprattutto con chiodi.

Urla terribili accolsero quella prima scarica. Parecchi remiganti caddero sui banchi, stecchiti da quell’uragano di ferro e di piombo, mentre altri, più o meno gravemente feriti, si dibattevano nel fondo delle imbarcazioni, mandando grida di dolore.

— Bel colpo!... — gridò Tseng-Kai, dal cassero. — Fuoco, amici e scaldate per bene i dorsi a quelle canaglie!... Ora a me!... —

Mentre Hong e Than-Kiù ricaricavano frettolosamente la spingarda ed i loro compagni ricominciavano le scariche micidiali, imitati dai chinesi di poppa, il vecchio Tseng-Kai faceva rombare il cannone, cercando di disalberare i due prahos i quali tentavano di appressarsi per prendere in mezzo la povera giunca.

La battaglia era cominciata d’ambo le parti con pari furore.

I pirati delle canoe non rispondevano ancora, mirando pel momento a farsi rapidamente sotto la tow-mêng per scagliarsi poi all’abbordaggio, ma i due piccoli velieri avevano subito risposto con le spingarde, lanciando sulla coperta del legno che volevano predare palle da due libbre le quali però, sia in causa della cattiva qualità della polvere o della poca portata delle armi, non ottenevano che degli scarsi successi.

Il fuoco degli assaliti, ben diretto e prodotto da armi moderne, faceva strage fra le file degli assalitori. Le palle dei fucili soprattutto, dotate di molta penetrazione, scheggiavano profondamente perfino le grosse canoe e non di rado abbattevano contemporaneamente due uomini in un solo colpo.

Hong e Than-Kiù, impavidi e calmi, comandavano le scariche ed appoggiavano il fuoco dei fucili con tiri ben aggiustati della loro spingarda, abbattendo buon numero d’avversari.

Già tre canoe, prive dei loro equipaggi, i cui componenti erano

    aveva imbarcato a Edee, fra Penang e Atchin, dodici pirati sumatrini che si erano spacciati per tranquilli coltivatori. La sera stessa, tre di quegli arditi furfanti uccidevano nella loro cabina il capitano e ferivano gravemente il secondo, mentre gli altri si scagliavano improvvisamente sull’equipaggio e sui passeggeri uccidendone quaranta a pugnalate. Rimasti padroni della coperta, si impossessarono della cassa del capitano contenente 15.000 scudi poi calata in mare una scialuppa fuggirono verso Sumatra. Il Pegù, dopo molte fatiche, giungeva a Teluk-Semane dove denunciava il fatto alle autorità olandesi.