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4 Capitolo primo


Fuoco sul mio petto!... Viva la libertà». Tutte le volte che la odo ripetere quella parole, io sento il sangue agghiacciarmisi nelle vene, e mi sembra di vedermi sempre dinanzi il formidabile uomo, nel momento in cui si slanciava fra il quadrato dei soldati, stringendosi al petto il gentile Fiore delle perle. Oh!... Quella terribile scena non la scorderò mai, Pram-Li, nemmeno se... —

Un grido straziante, lugubre, che era echeggiato improvvisamente nella vicina stanza, alla cui porta poco prima avevano ascoltato, gli ruppe bruscamente la frase.

Il malese e Sheu-Kin, spaventati, si erano levati precipitosamente ed aperta la porta si erano slanciati in una stanzetta che indicava subito il santuario d’una giovane del celeste impero.

Tutto era piccolo, ma tutto era grazioso in quel luogo. Le pareti erano coperte di carta di Thung, a fiori, a draghi vomitanti fuoco ed a lune sorridenti e spiccanti su un fondo rosso cupo; il pavimento a quadri, terso come un cristallo; le tende di seta azzurra, pure a disegni strani, che attenuavano il riflesso dell’ardente sole quasi equatoriale, davano a quella cameretta un aspetto civettuolo, seducente.

Come in tutte le case chinesi, i mobili erano leggeri, di legno laccato che aveva dei luccichìi del quarzo, e ripieni di quei graziosi ninnoli tanto cari alle donne del Celeste Impero: vasettini minuscoli di porcellana color del cielo dopo la pioggia, pallottole d’avorio traforate, piccole immagini rappresentanti divinità, ventagli di carta di seta coperti di massime religiose. Negli angoli della stanzetta giganteggiavano però quattro di quegli splendidi vasi chinesi, di porcellana gialla a riflessi d’oro, sostenenti dei grandi mazzi di fiori di lillà, i quali spandevano all’ingiro un profumo delicatissimo.

Su di un lettuccio con le coperte di seta azzurra, una donna, o meglio una giovanetta dalla carnagione bianca come un giglio, anzi alabastrina, con gli occhi neri, ombreggiati da lunghe ciglia che parevano di seta, avvolta in un’ampia veste di percallo rosa, stava seduta, con le mani strette attorno ai lunghi capelli nerissimi che le scendevano sulle spalle come un mantello di velluto. I suoi lineamenti, alterati, manifestavano uno spavento indicibile.

Aveva lo sguardo smarrito, fisso nel vuoto, le pupille dilatate.

Il chinese ed il malese si erano accostati rapidamente al letticciuolo, esclamando:

— Padrona?... Than-Kiù!... —

La giovanetta pareva che non li avesse uditi, anzi nemmeno veduti, poichè i suoi sguardi non si erano staccati da quel punto. Pareva che seguissero qualche terribile scena che si svolgesse lontana, lontana.