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194 capo xix.


misteriosi nemici; però si scorgevano le tracce d’un furioso combattimento.

I cespugli erano spezzati, calpestati; le erbe acquatiche strappate, il banco di sabbia, che la bassa marea aveva lasciato scoperto, era sparso di pezzi di lancia, di mazze scheggiate o rotte e sui tronchi degli alberi si vedevano infisse numerose freccie. Più oltre, verso la riva opposta, si vedeva sorgere dal letto del fiume un rottame che pareva la chiglia d’un canotto e fra le erbe, gli avanzi d’alcuni uomini che parevano fossero stati semi-divorati dai coccodrilli.

— I pirati sono stati assaliti e distrutti o messi in fuga, disse il capitano.

— Dagli Alfurassi? chiese Cornelio.

— Di certo, rispose Wan-Stael.

— Che ci sia qualche villaggio, in queste vicinanze?

— Lo temo, Cornelio, e sarà cosa prudente allontanarci presto da questi luoghi.

— Purchè ritroviamo la scialuppa.

— Andiamo a vedere: comincio ad essere inquieto.

— Temi che l’abbiano scoperta?

— Sì, Cornelio.

— Sarebbe un disastro irreparabile per noi, zio.

— Sì, ragazzo mio. Ecco laggiù quel tek, che deve servirci di guida; la scialuppa deve essere a pochi passi da quel colosso.

— Sì, capitano, confermò Wan-Horn. Non possiamo ingannarci.

— Affrettiamoci; ardo d’impazienza.

Scesero la riva del fiume e si misero a costeggiare la foresta, avanzando sempre con mille precauzioni, non sapendo ancora se quel luogo era proprio deserto. Di passo in passo che si avvicinavano al tek, il quale torreggiava sulla sponda, bagnando le sue radici nell’acqua, le loro inquietudini crescevano ed i loro sguardi si fissavano angosciosamente sulle piante e sui cespugli, sotto i quali doveva trovarsi la loro imbarcazione.

Ad un tratto Cornelio, che precedeva i compagni, si arrestò.

— Zio, diss’egli, con voce alterata. Non vedo più l’ammasso di rami che avevamo gettato sulla scialuppa.