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un equipaggio troppo numeroso. Si vedevano sul ponte quindici o venti uomini seminudi, armati di moschettoni e di quelle pesanti sciabole, d’un acciaio finissimo che lascia scorgere le vene del metallo, d’una tempra superiore alle famose lame di Toledo e di Damasco, chiamate parangs.

Erano tutti di statura superiore alla media, di taglia svelta, colla pelle bruna che aveva dei riflessi rossastri con certe sfumature giallastre, il viso ovale, il naso schiacciato e largo, gli occhi leggermente obbliqui, la capigliatura ruvida ed increspata. Manovravano in silenzio e pareva che volessero avvicinarsi al vascello senza farsi scorgere e senza dare l’allarme innanzi tempo.

– Hum! Che odore d’avvoltoio – disse O’Paddy, con voce sorda. – Anche questi dovevano capitarmi fra i piedi! Cosa dici, malese mio?...

– Che abbiamo da fare con un praho di pirati.

– Mi sembrano Bughisi.

– È vero, padrone.

– Che siano quelli di Semmeridan?...

– Lo sospetto, ma potrebbero essere dei pirati del rajah di Tongarran.

– Non sono migliori degli altri. Mi hai detto che hai conoscenze fra quei furfanti?...

– È vero, padrone, ma fra quelli di Semmeridan.

– Si potrebbe intenderci con loro?

– Lo credo, tanto più che non mirano ad impadronirsi di noi, ma del vascello, per poi saccheggiarlo.

– Si potrebbe lasciarlo a loro, ma ad una condizione.

– Quale?...

– Mi hanno detto che il rajah di Semmeridan e quello di Tongarran vanno d’accordo.

– Sono parenti, padrone, avendo il primo sposato la figlia del secondo.

– Che bell’affare da concludere! Se vi riesco, questi carissimi amici non lasceranno più il Borneo e fra me e Wan-Baer potremmo godere in pace la nostra eredità!

– Oh!

– Malese mio, comincio a credere che la mia cattiva stella voglia cambiarsi.