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56 capitolo settimo


— Venite: voi non avete ancora veduto la mia macchina.

— Ed il mio amico?

— Lasciatelo riposare. L’emozione provata deve averlo abbattuto. È il negoziante di the costui?

— Sì, signor...

— Chiamatemi semplicemente «il capitano».

— Un capitano russo, perchè parlate la nostra lingua come foste nato sulle rive della Neva o del Volga. —

Un sorriso enigmatico si delineò sulle sottili labbra del capitano.

— Parlo il russo come il francese, l’italiano, il tedesco, l’inglese e anche il cinese; — disse poi: — Vedete dunque che la mia nazionalità è molto difficile da indovinare. Ma che importa ciò? Sono un europeo come voi e ciò basta, o meglio sono un uomo di razza bianca. Venite, signor Rokoff, ah! Soffrite le vertigini?

— No, capitano.

— Meglio per voi: godrete uno spettacolo superbo, perchè in questo momento noi ci libriamo sopra Pekino. Macchinista!

— Signore, — rispose una voce.

— Rallenta un po’. Voglio godermi questo meraviglioso panorama. —

Stavano per uscire da quella specie di tenda, quando Rokoff udì Fedoro gridare con accento atterrito:

— La mia testa! La mia testa! —

Il cosacco si era precipitato verso l’amico, frenando a malapena una risata.

— L’hai ancora a posto, Fedoro! — esclamò. — Quei bricconi non hanno avuto il tempo di tagliartela. —

Il russo si era alzato, guardando sbalordito ora Rokoff ed ora il comandante dello Sparviero.

— Rokoff! — esclamò. — Dove siamo noi?

— Al sicuro dai cinesi, amico mio.

— E quel signore? Ah! Mi ricordo! L’uccello mostruoso! Il rapimento al volo! Voi siete il nostro salvatore!

— Io non sono che il capitano dello Sparviero, — rispose il comandante, tendendogli la mano. — Signore, non avete più da temere, perchè siamo ormai lontani da Tong. Venite: vi mostrerò la mia meravigliosa macchina volante o meglio la mia aeronave. Macchinista! Preparaci intanto la colazione. —