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un’accusa infame 29


— Un magistrato della giustizia, — rispose il cinese.

— Ah! Benissimo: farete almeno un po’ di luce su questo misterioso delitto.

— Io credo di averla già fatta, — rispose il magistrato, con un risolino sardonico. — Ho già interrogato la servitù e so molte cose a quest’ora che non vi faranno certo piacere.

— Vi prego di spiegarvi, — disse Fedoro, impallidendo. — So già che si cerca di gettare su di noi il sospetto d’aver assassinato il povero Sing-Sing, ma noi vi proveremo l’insussistenza d’una tale mostruosa accusa.

— Ve lo auguro; disgraziatamente vi sono ormai troppe prove contro di voi e abbiamo anche trovata l’arma che ha spento Sing-Sing.

— E dove? — chiese Fedoro.

— Nella vostra stanza.

— È impossibile! Voi mentite! — gridò il russo. — Rokoff, amico mio, queste canaglie cercano di perderci!

— Noi? — chiese Rokoff, il quale non aveva compreso fino allora che pochissime parole, conoscendo la lingua cinese assai imperfettamente.

— Dicono che hanno trovato nella nostra stanza il coltello.

— Ve l’avranno posto coloro che ci hanno trasportati sui nostri letti. La cosa è chiara.

— Per noi, sì, ma non per questo magistrato e nemmeno per la servitù.

— Si convinceranno.

— Volete seguirmi? — chiese il magistrato, volgendosi verso Fedoro.

— E dove? — chiese questi.

— Nella vostra stanza.

— Andiamoci — disse Fedoro, risolutamente.

Appena usciti, videro schierati nel corridoio attiguo parecchi servi i quali li guardavano quasi ferocemente.

— Hai osservato, Rokoff? — chiese Fedoro. — Tutti sono convinti che noi abbiamo assassinato Sing-Sing e, disgraziatamente, tutte le prove stanno contro di noi.

— Ricorreremo ai consoli, — rispose Rokoff. — Questi cinesi non oseranno arrestare due europei.

— E chi li avvertirà? Non abbiamo nessun amico qui.

— Troveremo il modo di far sapere all’Ambasciata russa il nostro arresto. Canaglie! Incolpare noi!