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il lago santo dei buddisti 241

loro Dio e condurci a Lhassa, sia pure coi più grandi onori, ma sempre come prigionieri. No, signor Rokoff, non ci tengo affatto ad aspirare a tale carica. —

Lo Sparviero aveva già lasciato indietro i cavalieri, e s’avvicinava alla borgata. Gli abitanti erano tutti usciti dalle loro capanne affollandosi nelle vie e anche questi, vedendo l’aereo-treno solcare maestosamente l’aria, si erano gettati a terra, nascondendo il viso fra le mani e facendo segni del più profondo rispetto.

L’apparizione fu però così rapida, che non ebbe la durata di più d’un minuto. Lo Sparviero, che marciava con velocità fulminea, si era slanciato sull’azzurra superficie del lago sacro, dirigendosi verso il sud.

Il capitano non si era nemmeno occupato delle dimostrazioni di rispetto della popolazione. Guardava invece con inquietudine la nuvola nera che ingrandiva a vista d’occhio, minacciando di coprire tutta la vôlta celeste.

Il lago, quasi presentisse la bufera, cambiava di tinta. L’azzurro a poco a poco si faceva sempre più oscuro, quasi nero.

Già dal sud, dalle immense catene dell’Imalaya, cominciavano a soffiare le prime raffiche, gelide e impetuosissime, ostacolando la marcia della macchina volante, la quale subiva di tratto in tratto dei brutti scarti.

Nel seno della nuvola di quando in quando lampeggiava e si udivano i tuoni rullare sordamente propagandosi fra le tenebrose masse di vapori.

Anche l’aria era satura di elettricità, rendendo estremamente nervosi Rokoff, Fedoro e i loro compagni.

— Siete inquieto? — chiese il cosacco al capitano.

— Non sono tranquillo, — rispose questi. — Temo che una meteora di fuoco si rovesci su di noi.

— Eppure siamo ancora in inverno e ad un’altezza considerevole.

— A quattromilaseicento e trenta metri, tale essendo il livello del Tengri-Nor.

— E vi è tanta elettricità?

— È l’estrema secchezza dell’aria che la produce e che l’accumula. Guardate che lampi! Abbagliano e offendono dolorosamente gli occhi.

— Se tornassimo?

— No, signor Rokoff. Il lago è circondato di montagne e temerei che l’uragano ci mandasse ad infrangerci contro