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l’uragano di neve 209


— Lo so, rispose il comandante, la cui fronte si abbuiava. — E dove scendere? L’altipiano non si scorge più e potremmo cadere in qualche abisso.

— Se ci alzassimo ancora?

— Nelle alte regioni il vento sarà più impetuoso. Guardate le nuvole come vengono scompigliate e lacerate dalle raffiche.

— Sapete dove ci troviamo?

— So che corriamo verso i Crevaux.

— Saranno ancora lontani?

— Lo suppongo.

— Non ci fracasseremo contro quei picchi?

— Non sono molto alti, signor Rokoff; uno solo, il Ruysbruk mi dà molto da pensare, ignorando le sue dimensioni.

— Speriamo che il vento non ci spinga da quella parte. Dove si trova quella montagna?

— All’ovest.

— E il vento soffia sempre dall’est, signore, — disse il cosacco. — E non poter vedere più nulla! La nebbia avvolge tutto l’altipiano e aumenta sempre, salendo verso di noi.

— E l’ala ferita scricchiola, — disse il capitano, le cui preoccupazioni aumentavano. — Finiremo per vederla ripiegarsi.

— E cadremo?

— Ci sono i piani orizzontali, signor Rokoff, e ci sosterranno benissimo. Una discesa, anche con questo vento, non mi spaventa. —

La situazione dello Sparviero si aggravava di momento in momento. Le raffiche, sempre più violente, lo gettavano a ogni istante fuori di rotta, travolgendolo nonostante le battute poderose delle ali e pareva che anche il timone non servisse quasi più.

Il fuso cadeva, si rialzava, volteggiava in mezzo al turbine, poi tornava ad abbassarsi: non aveva più alcuna direzione.

E intanto la nebbia saliva avvolgendolo e la neve, spazzata dai venti, investiva gli uomini, impedendo loro di tenere quasi aperti gli occhi.

D’un tratto lo Sparviero si rovesciò violentemente su un fianco. Rokoff aveva mandato un grido:

— L’ala ha ceduto! Cadiamo! —

Era vero. L’ala, già guastata dalla palla dei cinesi e poi raccomodata dal macchinista, si era nuovamente spezzata a metà piegandosi in due. Il capitano, vedendola cadere sul fuso, era diventato pallido, però aveva subito riacquistato il suo sangue freddo.