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i drammi della schiavitù 171


Il disgraziato chiuse gli occhi per non vedere e rabbrividendo mise la destra nella tasca. Un freddo sudore inondavagli la fronte e pareva che fosse lì lì per cadere.

– Spicciati – intimò il peruviano.

Cabral levò la mano raggrinzata e l’aprì: un urlo di orrore gli uscì dalle labbra tremanti, a cui fece eco un urlo di trionfo.

– Il botton nero!

I marinai si gettarono sul disgraziato, che era stramazzato al suolo come fulminato. Già i coltelli luccicavano in aria e stavano per colpirlo, quando la zattera provò un urto così violento, che tutti caddero un sull’altro.

Quasi nel medesimo istante si udì Vasco a gridare:

– Aiuto, camerati!... Abbiamo preso un pescecane!...


XXII.


Una preda colossale.


Per quanto la cosa sembrasse assai strana, pure un vero pescecane era stato preso od almeno stava per farsi prendere.

I colpi violenti che dava alla zattera, i suoi potenti sospiri, l’acqua che rimbalzava verso poppa ad una grande altezza, rovesciandosi sul ponte, indicavano che Vasco non aveva mentito.

L’equipaggio, rialzatosi prontamente, temendo che il disgraziato portoghese stesse per fuggire dietro a Kardec ed i suoi compagni, udendo il grido di Vasco, si era arrestato girando all’intorno sguardi feroci. Vedendo emergere la testa dello squalo proprio presso la poppa, si rovesciò da quella parte emettendo grida selvagge.

– Prendiamolo!... Addosso tutti!...

Nessuno più pensava a occuparsi di Cabral, che giaceva ancora sul ponte, semi-svenuto per l’angoscia, chiedendosi per quale miracolo si trovava ancora fra il numero dei viventi. Infine era meglio divorare un pescecane che un camerata, tanto più che il primo era otto volte più grosso.

Vasco, Kardec e gli altri li avevano già preceduti e si erano subito impadroniti d’una fune, che si svolgeva rapidamente sotto