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i drammi della schiavitù 127


– Niombo, lascialo libero, te lo comando.

Il negro allentò la stretta e si ritirò dietro la tenda, non senza lanciare sull’equipaggio uno sguardo che pareva di sfida.

Allora Seghira avvicinandosi a Kardec, che si strofinava imprecando il braccio semi-stritolato, gli disse con voce dolce, insinuante:

– Vi prego, Kardec, lasciate tranquillo quel povero re; ve ne sarò riconoscente, ve lo giuro.

Udendo quella voce, che aveva un accento supplichevole ed insieme carezzevole, Kardec trasalì e fissò sulla giovane schiava uno sguardo di stupore, ma in fondo al quale balenava un lampo di gioia. Un fugace rossore gli colorì le gote, che erano sempre smorte.

– Voi, Seghira – borbottò, come se stentasse a raccapezzarsi.

– Siate generoso, Kardec – continuò la schiava avvicinandoglisi fino quasi a toccarlo e affascinandolo coi suoi grandi occhi, che parevano emanassero un fluido potente, irresistibile. – Io so, che voi non siete cattivo.

Il bretone sembrava fosse inchiodato al ponte. Con le nari dilatate, pareva che aspirasse avidamente l’alito della giovane schiava, che in quel momento sembrava ai suoi occhi più bella che mai, ed un tremito agitava le sue membra. Quell’uomo così energico, così spietato dinanzi agli schiavi, pareva tremasse dinanzi a quella donna che era pure una schiava e che aveva pur, nelle vene, il sangue dei negri.

– Lo lascerò tranquillo, giacchè voi lo volete – disse con voce titubante. – Se voi non mi aveste pregato, quell’uomo non sarebbe più vivo.

– Grazie, Kardec – diss’ella senza staccare i suoi occhi da quelli del secondo e porgendogli la destra.

Il bretone gliela afferrò stringendola fra le sue ed a quel contatto tornò a trasalire, mentre le sue gote tornavano a colorirsi, come se un’ondata impetuosa di sangue gli montasse al viso.

Poi avvicinandosele le sussurrò agli orecchi:

– Vuoi diventare la padrona qui?...

– Cosa devo fare? – chiese ella coi denti stretti, mentre un lampo di trionfo le illuminava gli sguardi.

Il bretone non rispose: si liberò bruscamente dalla stretta di mano, poi s’allontanò, facendo un gesto di collera o di stizza, gridando a Vasco che era tornato alla barra:

– Poggia, Vasco: il vento sta per soffiare!...