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52 al polo australe in velocipede


Traversare l’imboccatura orientale, fu l’affare di poco più di due ore per la Stella Polare e ben presto si trovò presso le coste della Terra del Fuoco, che doveva girare fino al capo Horn per poi mettere la prua verso le terre del polo australe.

Le spiagge di quella grande isola, che completa l’aguzza estremità dell’America meridionale e somigliante ad una berretta da notte, apparivano poco rientranti e sporgenti, mentre quelle occidentali sono invece frastagliatissime. Infatti dalla parte esposta agli sguardi dell’equipaggio della goletta non v’è che una sola baia, quella di San Sebastiano e pochi capi, quelli di Penas, di Sant’Ines, di San Paolo e di San Diego.

Su quelle sponde, che s’alzavano a grande altezza, non si scorgevano che dei faggi e più su, sui fianchi delle colline, delle quercie, ma nessuno di quei brutti abitanti di color oscuro, coi lineamenti ributtanti, che errano fra quelle terre semi-gelate, sempre in cerca di cibo. Grandi stormi di uccelli svolazzavano però e taluni venivano a volteggiare attorno alla Stella Polare, mandando rauche grida.

L’oceano attorno a quelle coste era irato; grandi ondate si frangevano e rifrangevano contro le scogliere con lunghi muggiti, paragonabili a scariche di artiglierie, mentre dalle gole dei monti nevosi scendevano, di quando in quando, quei furiosi colpi di vento che i balenieri chiamano williwaws.

Di passo in passo che la goletta filava verso il sud, il cielo si oscurava. Una specie di nebbia d’una tinta speciale, saliva dalle regioni antartiche e volteggiava qua e là, spinta da un vento freddo che pareva provenisse dagli immensi campi di ghiaccio che coprono le terre polari per undici e talvolta tutti i dodici mesi dell’anno.