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capitolo iii. - a bordo della «stella polare» 27


— Avete ragione, signore, disse il capitano. Non è il momento di guastarsi il sangue, ora che il viaggio è appena cominciato. Al momento opportuno ognuno lotterà pel trionfo della propria bandiera.

Si assisero attorno alla tavola e assalirono vigorosamente i beef-steaks, le patate arrostite nel burro e il pane burrato.

Due parole innanzi a tutto sui due compagni di Wilkye. Erano entrambi giovani, poichè non avevano che ventiquattro o venticinque anni, ma erano diversi nei tipi. L’italiano, naturalizzato americano, era un bel giovanotto, alto, magro, tutto muscoli, colla pelle abbronzata, i lineamenti arditi; l’altro, invece, era di statura bassa con spalle larghe, petto ampio, braccia e gambe grosse, ma nervose, che dinotavano una forza poco comune ed una resistenza straordinaria. Era bruno come il compagno, ma i suoi lineamenti non erano così arditi; doveva essere invece un uomo dotato d’un sangue freddo e d’una calma tale, da dare dei punti ai migliori campioni della razza anglosassone.

Questi due velocipedisti formavano l’orgoglio del Club di Baltimora, ed i loro nomi erano sempre figurati primi in quasi tutte le gare velocipedistiche date nelle città dell’Unione Americana. Erano noti soprattutto per la loro resistenza ed avevano di già compiuto delle corse di parecchie centinaia di miglia, vincendo i migliori campioni, non solo canadesi, ma anche inglesi.

Come aveva detto il signor Wilkye, avevano accettato con entusiasmo la difficile e pericolosa impresa di seguirlo nelle terre dei mari del Sud, decisi a sfidare i terribili freddi delle regioni polari, purchè trionfasse la bandiera americana.

La colazione in pochi minuti fu divorata. Bisby, che