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tra di essi morirono non senza sospetto di essere stati avvelenati come il cardinale Ippolito, e i più si sparsero chi qua e chi là per l’Italia, campando miseramente la vita.

Cecchin Salviati tornò a Roma con lo sconforto nell’anima, vivendo miseramente oppresso da tetra melanconia, e nulla più gli valsero le dolcezze dell’amicizia di Giorgio. Si pose a dipingere, ma con sì poco animo, che paragonando i suoi nuovi lavori a quelli fatti nell’adolescenza, niuno avrebbe creduto che fossero della medesima mano. Gli balenò un’altra speranza quando seppe l’uccisione del duca Alessandro fatta per mano di Lorenzino; ma subito dopo gli fu annunziata l’elezione di Cosimo I1 a suo successore, e udì come una sola libera voce, quella del senator Palla Rucellai, avesse protestato, ma invano, non voler più in Firenze nè duchi, nè principi, nè signori.

Allora datosi in braccio a una mesta rassegnazione, lasciò languire un ingegno, che se non fosse stato compresso da tante calamità insieme riunite, sarebbe stato maraviglioso. Giorgio tentò ogni via per ispronarlo a risorgere, usò di tutte le sollecitudini dell’amicizia, di tutti gli allettamenti dell’arte; ma il cuore di Francesco era troppo amareggiato; il suo temperamento divenne acre, debole la salute, e fu più volte assalito da pericolose malattie.

Fra i suoi quadri ve n’è uno che dopo tante

  1. Figlio di Giovanni delle Bande Nere.