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ATTO SECONDO


SCENA I.

Parigi. - Una stanza nel palazzo del Re.

Entra il Re con due giovani signori venuti a prendere da lui licenza d’andare alla guerra fiorentina; Beltramo, Parolles e seguito.

Re. Addio, giovine nobile; non obbliate mai questi sentimenti guerrieri. — Addio voi pure, signore. Valetevi del mio consiglio entrambi, perocchè tale egli è che ad entrambi può estendersi.

Signore. Noi speriamo, sire, che dopo che ci saremo formati al mestiere della guerra, ritorneremo alla vostra Corte, e vi troveremo la salute di Vostra Maestà assai rimessa.

Re. No, no; ciò è impossibile, e nondimeno il mio cuore non vuol lasciarsi abbattere dalla malattia incurabile che mi fa guerra. Addio, giovani, ch’io viva, o ch’io muoia mostratevi veri figli di questa bellicosa Francia. L’Italia riconosca, con suo rossore, quanto valenti siete, e la fama pubblichi per tutto i vostri nomi. Anche una volta addio, e siate felici.

Signore. La salute dipende dai cenni di vostra Altezza!

Re. E siate cauti contro le fanciulle d’Italia: si dice che i nostri Francesi non sappiano come schermirsene; guardatevi dall’esser prigionieri prima d’esser soldati.

Entrambi i signori. I vostri saggi consigli sono scolpiti nei nostri cuori.

Re. Addio. — Assistetemi. (si ritira dietro a certe cortine per coricarsi)

Signore. Oh mio caro Beltramo! dovremo lasciarvi dietro noi?

Par. Non è sua colpa.

Signore. Questa è nondimeno una gran guerra.

Par. Ammirabile: di tali ne ho vedute.

Bel. Ebbi comando di restar qui, mi fu detto che ero troppo forte, e che andrò l’anno prossimo.

Par. Se ciò vi sta tanto a cuore, partite senza congedo.

Bel. Ebbi comando di restar qui per combattere da celia fino