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268 TROILO E CRESSIDA


Et. Chi sei tu, Greco? Sei tu degno di combatter Ettote? Hai tu onore?

Ter. No, no; sono un miserabile che non mi piaccio che di beffe: e nulla valgo.

Et. Ti credo; e ti lascio la vita. (esce)

Ter. Grazie della tua bontà: ma la peste ti sconci per avermi fatto paura! Che è accaduto dei nostri campioni? Credo si siano mangiati l’uno coll’altro: riderò di tal prodigio. Nondimeno la libidine suole in qualche modo divorar se stessa. Vuo’ andarli a cercare. (esce)

SCENA V.

La stessa.

Entra Diomede e un domestico.

Diom. Va, mio servo, prendi il cavallo di Troilo, e presentalo alla mia bella Cressida: vantale i miei servigi; dille che ho punito l’amoroso Trojano, e ch’io solo sono il suo cavaliere.

Dom. Vado, signore. (esce; entra Agamennone)

Ag. Rinnovate, rinnovate la battaglia. Il bollente Polidamo ha atterrato Mennone. Lo spurio Margarelone ha fatto prigioniero Doreo; e diritto come un colosso brandisce la lancia sui pesti corpi di Epistrofo e di Codio, entrambi re. Polisseno è ucciso; Anfimaco e Toa son feriti a morte. Patroclo è preso, o estinto; Palamede è trafitto; il terribile sagittario spaventa i nostri soldati; affrettiamoci, Diomede, in loro soccorso, o tutti periremo. (entra Nestore)

Nest. Ite, recate ad Achille il corpo di Patroclo, e dite al lento Ajace di affrettarsi a prendere le armi se è pure sensibile alla vergogna! Vi sono mille Ettori sul campo di battaglia. In una parte ei combatte sul suo corridore, e gli mancano dopo breve le vittime; nell’altra pugna a piedi, e tutti fuggono, e muoiono come una torma di pesci involantisi dinanzi alla balena. Più lungi ricompare, e quivi i Greci scendono in folla allo Stige inviativi dalla sua spada, che li miete come l’erba è mietuta dalla falce: ei va e viene, parte e riede con tanta alacrità, che si compie tutto ciò che egli vuole: e sì grandi cose opera che quel che ha eseguito sembra impossibile. (entra Ulisse)

Ul. Coraggio, coraggio principi! Il grande Achille s’arma piangendo, maledicendo e profferendo voti di vendetta. Le ferite di Patroclo hanno acceso il suo sangue intorpidito, così come la vista