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ATTO TERZO 43

lorchè io era giovine (sebbene non pur vecchio sia) rammento il mio genitore quando diceva, che non mai cavalier più intrepido di voi snudò una spada. Da lungo istruiti eravamo del vostro merito e dei vostri fedeli servigi, delle vostre fatiche guerresche, e nondimeno voi non avete mai conosciute le ricompense del vostro sovrano; voi non avete neppur ricevuto i suoi ringraziamenti: perchè prima d’oggi non mai io vi avea veduto. Alzatevi, e per tutti i vostri illustri servigi noi vi creiamo qui conte di Shrewsbury; nella nostra incoronazione salirete al vostro posto. (esce con Gloc., Tal. e i lórdi)

Ver. Ora, signore, voi che eravate sì ardente in mare e che insultato avete ai colori che io porto in onore del mio illustre York, osate voi ora sostenere quanto diceste?

Bas. Sì; come voi osate difendere le gelose calunnie della vostra lingua insolente contro milord duca di Sommerset.

Ver. Onoro il tuo signore per ciò che è.

Bas. E che è egli? ei ben vale quanto York.

Ver. No: e in prova abbine questo oltraggio. (lo percuote)

Bas. Vile, tu sai che la legge delle armi danna a morte chiunque snuda la spada nel palagio del re; se ciò non fosse, questo insulto ti costerebbe il più puro tuo sangue. Ma mi volgerò a Sua Maestà, e gli chiederò licenza di vendicarmi: allora apprenderai se so punirti.

Ver. Bene, malvagio, io sarò sempre parato a risponderti; e di gioia mi fia sempre un ritrovo con te. (escono)