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110 IL RE ENRICO VI

dacia un popolo di nemici e resister solo, finchè le sue reni coperte di freccie lo facevano simile all’istrice, e soccorso alfine ti rialzava scuotendo i dardi sanguinosi, come un danzator moro scuote le sue campanelle, e persisteva a combattere. Spesso dopo essersi travestito come l’agile isolano dalla bionda capellatura ei s’introdusse nel campo dei nemici per conversar con loro; e senza essere discoperto riedeva a darmi notizia dei loro disegni. Codesto demonio sarà qui il mio sostituto: perocchè egli ha tutte le sembianze di Giovanni Mortimero che ora non è più, e col ministero suo potrò scrutare le menti dei Comuni, e conoscere come essi amino la casa di York. Quand’anche ei fosse preso, e soggettato alle più crudeli torture, non vi sono tormenti inventati dagli uomini che gli possano strappare la confessione ch’è ad istigazion mia che ha prese le armi. Che se poi prospera, come è da credere, altra non avrò che a correre dall’Irlanda col mio esercito, per cogliere la messe che quella mano ignobile avrà seminata. Umfredo morto, come sarà, ed Enrico quasi dimentico, il resto spetta a me.

(esce)


SCENA II.

Bury. — Una stanza nel palazzo.

Entrano parecchi masnadieri in fretta.

Mas. Corriamo da milord Suffolk; facciamogli noto che abbiam spacciato il duca come egli ci impose.

Mas. Oh! così non fosse!... Che abbiam noi fatto? Udisti mai, di’, uomo più penitente? (entra Suffolk)

Mas. Viene milord.

Suff. Ebbene, compieste?

Mas. Sì, mio buon lord, egli è morto.

Suff. Bene sta. Andate in mia casa dove avrete la mercede di quest’opera. Il re e tutti i Pari sopraggiungono. — Avete disposto il letto e le altre cose come io ordinai?

Mas. Sì, milord.

Suff. Andate.

(i masnad. escono; entrano il re Enrico, la regina Margherita, il cardinal Beaufort, Sommerset, lordi ed altri)

Enr. Ite, fate venir qui tosto nostro zio: annunciategli che io intendo di fargli grazia, quand’anche sia colpevole come vien detto.