Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, III-IV.djvu/435

76 vita e morte del re riccardo ii


Ricc. A quale altezza s’innalza la sua audacia! Tommaso di Norfolk, che rispondi a ciò?

Norf. Oh se il mio sovrano volesse volgere altrove un istante il volto e comandare alle sue orecchie di essere per breve insensibili, finchè risposto avessi alla calunnia atroce d’uomo nelle cui vene scorre parte del vostro sangue; finchè detto avessi quanto Iddio e gli uomini dabbene aborrano sì odioso mostro!

Ricc. Mowbray, i nostri occhi e le nostre orecchie sono imparziali; foss’egli nostro fratello, foss’ei l’erede del nostro trono, come non ci è che nipote; e giuro, per la potenza del mio scettro, che sì stretta affinità non gli darebbe alcun privilegio, e non farebbe piegare in suo favore l’inflessibile fermezza della nostra anima. Egli è nostro suddito, Mowbray, come te. Parla dunque liberamente e senza timore.

Norf. Allora, Bolingbroke, dal fondo del tuo cuore fino alla spergiura tua bocca, tu menti. Della moneta che avevo per Calais, tre quarti sborsai pei soldati di Sua Altezza: serbai l’altro, secondo la convenzione, per pagamento di ciò che m’era dovuto dal mio re, e pel soddisfacimento di un alto credito procedente dall’ultimo viaggio che feci in Francia per andarvi a cercare la regina. Comincia dall’ingoiare questa mentita. — Quando a Glocester, io non l’ho ucciso. Confesso bensì con mia vergogna, che in quella circostanza neglessi il mio dovere malgrado il giuramento che avevo di compierlo; e a voi, rispettabile duca di Lancastro, venerabile padre del mio nemico, ho teso una volta agguati, delitto che tormenta la mia anima e la strazia di rimorsi; sebbene prima dell’ultima volta in cui ricevei l’ostia sacra, lo abbia riconosciuto, e chiestovene solennemente perdonanza, e fidevole mi stia d’averla ottenuta. Questo è il mio delitto. Per tutti gli altri ch’ei m’imputa, simili accusazioni procedono dall’odio del traditore più vile e abbominevole che mai esistesse. È ciò che sosterrò arditamente a costo della mia vita; e a volta mia io gli getto ai piedi il guanto dell’onore. Con danno del sangue più puro che sta acchiuso nelle sue viscere, gli proverò che sono un leale gentiluomo, e per affrettare tal istante scongiuro con tutto il cuore Vostra Altezza di decretare il giorno del combattimento.

Ricc. Nobili, cui il furore trasporta, la mia autorità vi contenga. Purghiamo codesta collera senza spargimento di sangue. Noi prescriviamo questa ricetta senz’essere medici, avvegnachè un odio profondo sia molto nocivo e i nostri dottori ne dicano che la stagione non corra propizia al sangue: dimenticate, per-