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atto quinto 213

vorrei poter morirlo, purchè voi risuscitaste. Padre, le lagrime m’impediscono di parlare; le lagrime mi soffocano s’io tento di aprir la bocca.     (entrano alcuni Romani con Aaron)

Rom. Alfine, sventurata famiglia d’Andronico, cesseranno i vostri dolori. Profferite la sentenza di questo demone, autore di tante colpe.

Luc. Seppellitelo fino al petto entro la terra, e lasciatelo morire di inedia; ch’ei si rimanga là colle sue grida, e colla rabbia della fame: se qualcuno gli dà soccorso, o ne mostra pietà, sia morto per tal delitto. Tale è la nostra condanna: alcuno rimanga qui perch’ella sia eseguita.

Aar. Oh! perchè la rabbia dovrebb’ella esser muta, e il furore non aver parole? Io non sono un fanciullo per interceder grazia con vili preghiere, e pentirmi del male che compii. Vorrei, se ancor fossi libero, aggiungere altri mille misfatti a quelli che ho già commessi; e mi dolgo dal profondo dell’anima delle opere buone che avessi potuto compiere nel corso di mia vita.

Luc. Qualcuno trasporti lungi il corpo dell’imperatore, e lo interri nel mausoleo di suo padre. Quello del padre mio e di Lavinia verran tosto portati al monumento della nostra famiglia. A questa sanguinosa tigre poi, a questa Tamora alcun rito funebre non verrà concesso, alcuno non vestirà per lei il bruno, niun suono annunzierà le sue esequie, e data ella sarà alle fiere e agli uccelli rapaci. Bestiale fu la sua vita; ella non mai sentì pietà, e pietà non troverà in morte. Vegliate, perchè riempita venga la giustizia verso Aaron, Moro infernale, da cui ebbero origine tutti i nostri danni. Noi ci adopreremo quindi per ristorare l’ordine e la pace nello Stato, e per adottare le disposizioni opportune onde avvenimenti tali più non si mostrino per accelerarne la ruina.


fine del dramma.