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atto quarto 245


Bel. Temo che la sua morte non sia vendicata. Oh Polidoro, non avessi tu fatta quest’opera, sebbene al tuo valore meravigliosamente si addica!

Arv. Io vorrei averla compiuta, quand’anche ne dovesse ricadere la vendetta sopra me solo! — Polidoro, io t’amo come lo deve un fratello; ma sono geloso di questa tua azione: tu l’hai rapita a me. Vorrei che ogni vendetta, di cui umana forza è capace, sopra di me ricadesse e mi mettesse alla prova!

Bel. Su, su! al fatto non è riparo. — Per oggi più non caccieremo, nè cercheremo pericoli che non promettono alcun bene. Ti prego, rientra nella caverna, e insieme con Fedele apprestaci la mensa; io starò aspettando il ritorno di Polidoro, e ti raggiungerò fra un istante.

Arv. Povero Fedele! l’abbiamo lasciato infermo! con quanta gioia lo rivedrò! Se per tornare alle sue guancie i loro vividi colori non altro fosse mestieri che immolare uomini come Cloten, vorrei seminarne la terra; e questa chiamerei opera pietosa.     (esce)

Bel. O divina e onnipossente natura, come il tuo suggello è scolpito su questi due figli di re! Il loro carattere è soave come uno zeffiro che spira sopra i fioriti prati senza punto piegare gli amabili calici dei fiori; ma se il regio loro sangue s’infiamma, impetuosi diventano come aquiloni del nord che investono l’eccelso pino sulla vetta della montagna, e quasi molle giunco lo curvano fino al fondo della vallea. È un prodigio, che un segreto istinto gl’informi tanto al reame, di cui nulla sanno; all’onore, di cui non ebbero nozione; alla civiltà, di cui non videro esempi; al valore, che in essi germoglia come un arbore selvaggio, e che ha già prodotto sì ricco frutto, come se l’arte lo avesse coltivato: nullameno questo incontro di Cloten, questa sua morte mi suonano pur male.      (rientra Guiderio)

Guid. Dov’è mio fratello? ho gettata nel torrente quella matta testa, perchè sen vada ambasciatrice alla madre di lui: essa le servirà di pegno fino alla ricupera dell’intero corpo.

(una musica grave e solenne)

Bel. Il mio instrumento? Odi, Polidoro, qual suono! ma che motivo ha adesso Cawdal per suonarlo? odi!

Guid. Sta egli nella grotta?

Bel. Vi è andato poco fa.

Guid. Che intende mai? Dopo la morte della mia cara genitrice, quell’istrumento si tacque... A suoni gravi e solenni, gravi e solenni avvenimenti si addicono. — Qual cagione adun-