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atto quarto 159

questà giovine che m’accompagna, quegli che voi bandiste, vince in merito voi quanti siete.

Br. Bene sta: or vi lasciamo.

Sic. A che ci arresteremmo per udire il guaire di femmina che smarrì l’intelletto?     (escono)

Vol. V’accompagnino i voti e le preghiere che indirizzo al cieo per voi. Vorrei che gli Dei non intendessero che al compimento delle mie maledizioni. Oh se potessi scontrarli soltanto una volta ogni dì... come ciò solleverebbe il mio cuore dal peso doloroso che l’opprime!

Men. Aspre verità diceste loro, madonna; e affermo che ne avevate ben donde. Volete venir ora a dividere il mio desco?

Vol. La collera è il mio alimento; mi nutro di dolore, e affamerò cibandomi! Su, lasciam cotesto luogo; poniamo un termine a queste grida e a questi pianti fanciulleschi, ai quali troppo m’abbandonai: voglio nella mia collera imitar Giuno. Venite; arrossisco della mia debolezza.

Men. Arrossitene, arrossitene.                                   (escono)

SCENA III.

La strada che conduce da Roma ad Anzio.

Entrano un Romano e un Volsco.

Rom. Io ben vi conosco, signore, e voi pur conoscete me; il vostro nome è Adriano.

Vol. Appunto, signore; ma io v’ho dimentico.

Rom. Sono un Romano; ma le mie opere stan, come le vostre, contro di Roma. Mi conoscete ora?

Vol. Nicanore, se non erro.

Rom. Quello.

Vol. Più folta vi scendeva la barba, parmi, l’ultima volta che vi vidi; ma il suono della vostra voce mi richiama i vostri lineamenti. Quali novelle della vostra città? Io ebbi ufficio dal Senato nostro di venire a trovarvi in patria: buon per me che m’avete risparmiato un giorno di cammino.

Rom. Strane divisioni straziarono Roma; il popolo è sollevato contro i senatori, i patrizi e i nobili.

Vol. Straziarono, dite? Sono dunque cessate? Il Senato nostro non crede che siano, e fannosi i maggiori apparecchi di guerra per piombare sui Romani snervati dalle loro discordie.

Rom. La gran fiamma è spenta; ma basta una scintilla a rac-