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ATTO QUARTO




SCENA I.

Dinanzi ad una porta della città.

Entrano Coriolano, Volunnia, Virgilia, Menenio, Cominio, e parecchi giovani Patrizi.

Marz. Su, cessate dalle lagrime, abbreviamo i nostri addii; la bestia dai cento capi mi perseguita, e mi spinge fuori delle sue mura. Oh madre mia! dov’è il vostro antico coraggio? Voi solevate dirmi che l’eccesso della sventura dava tempra alle grandi anime; che gli uomini volgari potevano sopportare gli infortuni volgari; che in un mar tranquillo ogni piloto sapeva reggersi; ma che i colpi della fortuna, allorchè essa li drizza al cuore, per esser respinti con grazia e dignità richieggono una nobile destrezza. Voi non rifinivate mai dall’afforzar la mia anima con dottrine atte a renderla invincibile.

Virg. Oh cielo! oh cielo!

Marz. Donna, ti scongiuro...

Vol. Ora la più rea delle infermità1 invada tutte le officine di Roma, sì che niuna ne rimanga!

Marz. Che, che, che! Io sarò amato, quando m’avranno perduto. No, madre mia, riassumete quei sentimenti che vi animavano allorchè mi dicevate che se foste stata la sposa d’Ercole, vi sareste addossate sei delle sue fatiche per risparmiare al vostro consorte una metà del suo sudore. — Cominio, coraggio; addio. Addio, mia sposa, addio. Addio, mia madre; racconsolatevi: la fortuna non mi diserterà. — Tu, vecchio e fido Menenio, tu piangi? Ah! le tue lagrime son più dolorose che quelle d’un giovine, e t’insanguinano gli occhi. Tu, un tempo mio duce, ch’io vidi sempre con volto impavido nelle guerre, e che assistesti a tanti spettacoli che induriscono il cuore, di’ tu a queste donne lagrimanti, che follia è il gemere d’una sventura inevitabile, come lo è il riderne. — Madre mia, sovente v’intesi a ripetere, che i miei pericoli fecero sempre la vostra gioia: or siate certa che se men vo solo, come lione che dal suo antro diffonde

  1. La peste rossa ha il testo.