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atto terzo 141


Marz. In questo istesso momento, sulla mia vita, in questo momento stesso lo ripeterò. (ai Senatori) Da voi, miei nobili amici, imploro perdono; e quanto a questa ignobile e volubile moltitudine, vo’ ch’essa mi vegga in volto, per sapere com’io la soji; e anche, stupita d’intendermi, se stessa riguardi mentr’io le grida che noi nutriam contro il Senato semi di rivolta e d’insolenza da noi coltivati, unendo il nostro Ordine illustre a quello d’un vil popolo, spogliandoci d’una parte di autorità, di cui facemmo limosina a quella ciurma pezzente.

Men. Basta; placatevi.

Sen. Non più parole, ve ne supplichiamo.

Marz. Oh! non più?... Come vero è che ho versato il sangue del mio paese, senza timore mai d’alcuna forza nemica; così, finchè respirerò, la mia voce tuonerà contro queste turpitudini del popolo, che arrossiremmo se a noi si comunicassero, e che nullameno prendiamo ogni cura perchè divengano contagiose.

Br. Voi favellate del popolo, come se foste un Nume fatto per punire, e non come un mortale che ne divide le debolezze.

Sic. Sarebbe utile che il popolo ne fosse istrutto.

Men. Di che? di che? del suo sdegno?

Marz. Sdegno? Fossi tranquillo come il sonno nella notte profonda, e, per Giove, questo sarebbe il mio sentimento.

Sic. È tal sentimento, che avvelenerà solo il cuore che l’ha concepito; il suo contagio non si estenderà, ne fo fede.

Marz. Ne fo fede? Udite il corifeo del vulgo; udite il suo tuono insoluto?

Com. Sì, direbbesi che è la legge che parla.

Marz. Ne fo fede? Oh buoni, ma troppo imprudenti Patrizi! Savi e venerandi, ma inconsiderati Senatori! perchè deste all’idra il dritto di scegliersi un rappresentante, che col suo tuono impetuoso, non avendo che la lingua e la voce del mostro, osa dire che muterà il corso dell’autorità, e lo farà divergere dai vostri dominii perchè trascorra ne’ suoi? Se è costui che ha il potere in mano, umiliatevi nell’impotenza vostra; ma se alcuno ei non ne ha, svegliatevi, e rinunciate alla vostra pericolosa dolcezza. Se avete lumi e saviezza, non operate come la folla dei dementi; se più saggi di essa non siete, lasciate allora che costui venga al Campidoglio, per sedervi accanto. Voi non siete che plebei, se essi sono senatori. E certo non meno di senatori essi sono, se il loro voto ottiene la preferenza sul vostro. Costoro scegliere magistrati! Ed uno ne nominano, che oppone l’ardita sua voce e il decreto delle ciurme alle decisioni di un tribunale più rispettabile