Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, I-II.djvu/499

112 coriolano


Tit. Il mio cavallo contro il vostro, e dico di no.

Marz. È andato.

Tit. Così sia.

Marz. Di’, ha il nostro generale incontrato il nemico?

Mess. Stanno in presenza l’uno dell’altro, ma non favellarono per anco insieme.

Tit. Onde il vostro buon cavallo è mio.

Marz. Lo comprerò da voi.

Tit. No, nè il venderò, nè voglio farne dono; intendo però prestarvelo per una cinquantina di lustri. — Chiamate a parlamento la città.

Marz. A quale distanza sono gli eserciti?

Mess. Dentro il raggio d’un miglio e mezzo.

Marz. Allora, potremo udir le loro grida, come essi le nostre. Marte, ti prego, fanne solerti all’opera, onde con le spade fumanti possiamo volare in soccorso dei nostri amici. — Su, fa la chiamata, (squilla una tromba; compariscano sulle mura di Corioli parecchi Senatori ed altri) Tullo Aufidio è dentro le vostre mura?

Sen. No; ma non è un sol uomo qui, che, come lui, non vi sprezzi senza timore. Udite come i nostri strumenti (allarme lontano) incitano ad uscire la nostra gioventù? abbatterem le nostre mura, piuttostochè patire di star qui rinchiusi; le nostre porte, che sembranvi serrate a puntelli, non hanno che fragili giunchi, e s’apriranno di per loro. Intendete queste grida lontane? (altro allarme) colà è Aufidio, che manomette e insanguina il vostro esercito.

Marz. Oh! essi vennero a battaglia.

Tit. Il rumor loro ne sia maestro. — Olà le scale!

(i Volsci escono dalla città e si accampano)

Marz. E’ non temono, e vengono fuori dalla loro città. Su, su; ponete gli scudi dinanzi ai vostri cuori, e combattete con cuori più saldi degli scudi, ite innanzi, valoroso Tito. Costoro ne disprezzano oltre ogni nostro credere; ed è ciò che mi fa sudar di furore. Venite, venite, compagni; colui che retrocede lo avrò in conto di volsco, e proverà il fendente della mia daga.

(allarme; s’incomincia la zuffa fra i Romani ed i Volsci; i Romani sono respinti alle loro trincee; rientra Marzio)

Marz. Tutti i contagi del mezzodì v’infestino, obbrobrii di Roma! Tutto il corteo delle ulceri e delle pesti vi divori, o infami, onde siate abboniti tostochè veduti, e l’uno e l’altro infetti, finchè uno di voi rimanga! Anime codarde, che vestite le sem-