Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, I-II.djvu/485

98 nota

con essi dispiega, onde li persuade della sua demenza; ma pure mostra la debolezza della sua volontà ne’ suoi disegni così spesso concepiti, e non mai recati ad effetto. Amleto rende giustizia a se medesimo quando dice che non vi ha maggior dissimiglianza, di quella che esiste fra Ercole e lui; esso ha un’inclinazione naturale a seguir vie obblique, nè sempre è la necessità che lo sforza a far ciò; sovente è di mala fede, con se stesso, e le difficoltà che crea continuamente, non sono che fallacie per nascondere la sua mancanza di risolutezza. Amleto nutre pensieri, come dice egli medesimo, che hanno in se un quarto di saggezza e tre quarti di pusillanimità. Ma sopratutto viene accusato di durezza verso Ofelia, quando rifiuta l’amore ch’egli stesso ha cercato d’ispirarle; e d’insensibilità, alla notizia della morte di questa fanciulla: morte di cui egli medesimo è la cagione involontaria. Tanto profondamente però è immerso nel suo proprio affanno, che non gli resta ombra di pietà per gli altri, e la sua indifferenza mostra il disordine della sua anima. È vero nondimeno che si osserva in esso una cotal gioia maligna, quando la necessità o il caso, che soli possono eccitarlo a colpi arditi, lo hanno liberato de’ suoi nemici. È questo il sentimento ch’egli esprime in occasione dell’uccision di Polonio e della pena che fa ricadere sul capo de’ suoi perfidi amici. Amleto non pren le sicurtà di aulla, dubita di se stesso e di tutto l’universo. Egli passa dalle espressioni della confidenza religiosa a quelle di uno scetticismo scrutatore; crede all’ombra di suo padre, la vede, ma, appena svanita, la reputa un’illusione. Egli giunge fino a dire che nulla è moralmente buono o cattivo, se non in quanto la fantasia lo giudica tale. Il poeta si perde insieme col suo eroe in un laberinto di pensieri che non hanno nè capo nè fine, e il cielo medesimo sdegna di rispondere, per mezzo del corso degli avvenimenti, alle dimande che gli vengono addirizzate col più vivo ardore; una voce che sembra discendere dall’alto, implora la vendetta di un mostruoso delitto, e non raggiunge alcun effetto. I colpevoli, è vero, sono alla fine puniti, ma solo per una specie di caso, e non, come sarebbe stato necessario, per dare un solenne esempio della giustizia celeste, mediante una concatenazione d’effetti inevitabili. La perplessità, la perfidia od una rabbia subitanea strascinano tutti i personaggi ad una rovina comune, e gli innocenti e i rei sono colpiti del medesimo fato. Il destino umano si presenta in questa tragedia come una sfinge immensa che propone a’ mortali un terribile enimma, e immerge nell’abisso della dubbiezza tutti coloro che non sanno scioglierlo».

(Schlegel, Corso di lett. dramm.)