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atto quinto 87


SCENA V.

Una sala nel palazzo.

Entrano Amleto ed Orazio.

Am. Basta su di ciò, Orazio; passiamo ad altro. Vi ricordate di tutte le circostanze?

Or. Me ne ricordo, signore.

Am. Amico, il mio cuore era in preda a interni combattimenti che cacciavano il sonno da’ miei occhi; io era più infelice d’un marinaio inceppato entro il naviglio che tante volte guidò. Per una arditezza siano lodi all’ardire....! perocchè è bene che sappiamo che spesso la nostra indiscrezione ci serve a meraviglia, mentre i nostri disegni, più profondamente meditati, vanno sperduti; e, questo c’insegna che v’è un Dio la di cui mano informa e conduce a termine i nostri divisamenti, per quanto grossolane ne siano le bozze fatte dall’uomo.

Or. Non vuol dubitarsene.

Am. Esco dalla mia stanza avviluppato nel mio mantello, e fra l’oscurità penetro fino al loro appartamento. Tutti i miei desiderii si compiono. Esamino le loro carte, me ne impossesso, e rientro nelle mie stanze. Là, i miei timori e i miei sospetti dimenticano ogni ritegno: e audace abbastanza per rompere i suggelli sovrani, m’accorgo di un tradimento di re! d’un comando dato per molte ragioni diverse, come l’interesse della Danimarca, della Gran Bretagna, ecc.. e una quantità di timori nudriti pel mio carattere, e per la mia vita, che mi dannano a morte appena giunto in Inghilterra.

Or. Oh che dite?

Am. (dandogli i dispacci) Ecco la commissione fatale; leggila a tuo agio. — Ma vuoi sapere come mi son comportato?

Or. Ve ne scongiuro.

Am. Così circondato di scellerati, prima anche che avessi avuto il tempo di consultare il mio cervello, egli avea di già concepito e ordinato tutto il suo disegno. Prendo la penna e scrivo un nuovo comando in bei caratteri. Credei altra volta, come tutti i Grandi, che il talento di bene scrivere avvilisse un nobile, e molta fatica mi pigliai per disfarmene; ma in questa circostanza, amico, esso mi ha reso un servizio essenziale. Vuoi saper l’effetto di quel ch’io scrissi?

Or. Sì, caro principe.