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252 la tempesta


Ar. Prospero saprà ciò che ho fatto: tu intanto va, o principe; io credo ti sarà dato di proseguire senza pericoli le ricerche per tuo figlio.               (escono)


SCENA II.

Altra parte dell’isola.

Entra Caliban con un carico di legna.

S’ode un fragor di tuono.

Cal. Tutti i veleni che il sole assorbe dalle acque stagnanti, dai paduli e dai pantani, si distillino entro il petto di Prospero, e non lascino meato del suo corpo senza dolori! So che i suoi spiriti m’intendono; ma non posso astenermi dal maledirlo. Oh! essi non verranno, senza averne da lui comando, a morsecchiarmi, ad atterrirmi colle spaventose lor faccie, ad immergermi entro flutti corrotti; o, splendenti durante la notte come tizzi di fuoco, a farmi deviare dalla strada, schernendomi poscia o con ismorfie di scimmia, o con crude punture di riccio. Nè di rado anche accade che, fattami di tutto il corpo una piaga, prendessero le forme di lubrici serpenti; e avvintomi intorno intorno per tutte le membra, mi vibrassero negli orecchi le loro lingue forcute, intronandomi con sibili tali, da rendermi pazzo, (entra Trinculo) Oh! oh! Ecco uno de’ suoi spiriti che viene a flagellarmi per la mia lentezza. Gettiamoci boccone per terra; forse non mi vedrà.

Trinc. Qui non sono nè arbusti nè cespugli che offrir possano riparo alle ingiurie del tempo; ed ecco un nuovo uragano che dal cielo minaccia. Quella negra nube, che va ingrossando sovra il mio capo, sembra un’immensa botte in procinto di spalancarsi, e di vomitar sulla terra fin l’ultima stilla di liquore che vi sta dentro. Se il tuono ripete la canzone che eseguì dianzi, non so dove il mio capo troverà sicurezza. Ah! la maledetta nube, non può dubitarsene, fra poco verserà le sue secchie, (vede Caliban) Oh! chi è costui? Un uomo o un pesce, un vivo o un estinto? È un pesce... (lo fiuta) un bietolone di pesce già ammuffito. Strana bestia però! E se fossi ora in Inghilterra, come fui un tempo, e avessi meco quest’animale anche solo dipinto, credo non vi sarebbe babbaccio che non ispendesse il suo obolo per vederle. Là, là, tal mostro farebbe la celebrità d’un uomo, là dove ogni bestia rara arricchisce chi n’è possessore. Mentre si rifiuterà in quel paese un quattrinello allo storpio mendicante, se ne prodigheranno dieci per contemplare un indiano morto... Ma pel Cielo! costui ha le gambe da uomo, e invece di pinne gli si al-