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ATTO SECONDO



SCENA I.

Un’altra parte dell’Isola.


Entrano Alonso, Sebastiano, Antonio, Gonzalo, Adriano, Francisco, ed altri.

Gonz. Signore, ve ne supplico, riassumete un aspetto sereno: voi ne avete ben donde; che la nostra disgrazia è lieve, paragonata al pericolo da cui ci siamo salvati.

Al. Lasciatemi in pace, ve ne prego.

Gonz. Mi tacio, signore. Ma non vi piglia stupore al veder questo mio mantello così terso come il primo di che lo indossai per le nozze di vostra figlia?1 Miracolo non vi sembra il veder ciò dopo una tale tempesta?

Al. Voi mi suscitate internamente idee dolorose, che mi straziano il cuore. Piacesse a Dio che non avessi mai unita mia figlia al re di Tunisi, che ora in questo infausto ritorno non avrei da piangere il figliuolo mio! Cosi l’una è legata tanto lungi dall’Italia, che non la rivedrò mai, l’altro... oh erede! oh figlio mio! di qual mostro divenisti tu preda?

Franc. Signore, potrebb’essere che vostro figlio vivesse ancora. Io lo vidi quando domava le onde, e le frangeva valorosamente col petto; intantochè la sua nobile testa, elevandosi fra la bianchezza dei flutti, pareva dominarli, e delle nervose braccia facea remi a un rapido corso. Sì, certo ei vive; certo giunse a terra.

Al. No; ei più non è!

Seb. Sire, voi solo vi siete meritato il rimorso di questa gran perdita. Voi non voleste che la nostra Europa s’abbellisse di vostra figlia, e meglio vi piacque di metterla fra le braccia d’un Africano, dove la più lieve sventura che le può incogliere è di essere bandita lungi dagli occhi vostri. A lavar tal colpa dovrete sparger molte lagrime.

  1. Qui traduciamo seguendo la lezione di Warburton, che differisce in questa scena dalla maggior parte dei codici di Shakspeare.