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atto primo 237

propensa splende adesso sul mio zenit, cui negligendo sarei infelice per sempre. Desisti ora dalle tue dimande, e cedi al sonno che ti sorprende. È sonno fortunato, e invano lo combatteresti (Miranda si addormenta)1 Vieni ora, mio soggetto; vieni, son pronto. Avvicinati, mio Ariele; vieni a me. (entra Ariele)

Ar. Omaggio e salute al mio signore! potente e venerando signore, salute! Vengo per obbedire ai tuoi piaceri2, e volare, nuotare, scorrer tra le fiamme, se lo vuoi; o aleggiar fra quelle candide nubi che interrompono l’uniformità degli azzurri del cielo. Parla, comanda: Ariele, per quanto è da lui, t’obbedirà3.

Prosp. Suscitasti, o spirito, esattamente, come t’imposi, la tempesta?

  1. Magico è questo sonno, in cui Prospero immerge Miranda: ei teme che i suoi incantesimi non la vincano troppo presto, infondendole per le membra il sopore; ond’è che così di sovente la eccita ad ascoltarlo. L’intento di Prospero è di rendere sua figlia amorosa di Ferdinando, appena ch’essa lo vegga; intento che, per l’educazione tutta stoica da lui data alla fanciulla, non era sì facile a conseguire. Per vincere l’ostacolo il Poeta comincia dall’intenerire la giovinetta col racconto delle sue infantili sventure e di quelle del padre suo; e apre per tal guisa col sentimento della pietà il cammino dell’amore. Di ciò non pago, vi arroge la forza de’ prestigi, e al principio della sua narrazione le dice: Dammi mano, e mi spoglia di questo magico vestimento. L’incantesimo allora agisce col contatto; e Prospero teme che non lasci bastante forza alla figlia sua per udire sino al termine il racconto.     Warburton. Parrà strano di primo aspetto che la narrativa d’una storia maravigliosa concilii il sonno; ma, se ben vi si guarda, si vedrà che ogni agitazione violenta dell’anima affatica i sensi, e guida naturalmente al riposo, sopratutto se l’istoria finisce, come questa, coll’offrire idee più dolci e care, che rinfrancano l’anima de’ suoi primi commovimenti.     Johnson.
  2. Per ben comprendere il carattere di Prospero, è d’uopo rintracciare il sistema degli incantesimi, che fornì tante meraviglie ai romanzi del medio evo. Il sistema avea per base l’opinione generalmente invalsa, che gli angeli ribelli, precipitati dal cielo, avessero occupate differenti regioni, a seconda dei differenti gradi di loro malizia. Quindi gli uni diceansi costretti all’Inferno; gli altri dispersi per l’aere, per la terra, per l’acque, per le caverne profonde che spalancansi nelle viscere del nostro globo. Di codesti Spiriti o Angeli decaduti, gli uni erano più degli altri malefici. I Genii terrestri venivano riputati i più crotali; quelli dell’aere i meno perversi. L’uomo, mercè certi prestigi, e bene studiando nelle occulte scienze, poteva assoggettare quegli Spiriti a’ suoi voleri, il meno per un tempo determinato, sebbene con grande ripugnanza, e lor malgrado essi obbedissero al loro tiranno. Vedrassi perciò che Ariele si stanca di servir Prospero, e che sovente lo fastidisce coll’inchiesta di sua libertà. Caliban ancora su questo punto collima con Ariele; e osserva che i Genii stanno di mal animo sottoposti a Prospero, verso del quale nutrono un odio acerbissimo.

    Johnson.

  3. Questa parte vien d’ordinario riempita in Londra da una fanciulla.