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atto quinto 219


SCENA II.

La cella di frate Lorenzo.

Entra frate Giovanni.

Gio. Reverendo Padre! fratello! oh! (entra frate Lorenzo)

Lor. Parvemi udir la voce di frà Giovanni. Ah! siete il ben tornato da Mantova, fratello. Vedeste Romeo? vi diè lettera per me?

Gio. Al momento di partir di qui andai a cercare un Religioso del nostro Ordine, perchè m’accompagnasse, ma nol rinvenni, chè visitava i malati. Allora mi diedi ad aspettarlo, e finalmente giunse; ma i sergenti della città, sospettando che la nostra casa fosse infetta di contagio, ne chiusero le porte, e non vollero per lungo tempo lasciarne uscire. Così mi fu impedito il viaggio.

Lor. Chi dunque ha portato la mia lettera a Romeo?

Gio. Non potei trovare alcuno da ciò..... onde la ritenni.... poichè dato non mi fu tampoco di rimetterla a voi; tanto temevasi la pestilenza.

Lor. Fatal contrattempo! Questa lettera non recata può causare le maggiori sventure. — Fratello Giovanni, parti; trova una lieva di ferro, e recala tosto nella mia cella.

Gio. Sarà fatto.     (esce)

Lor. Ora andrò alla tomba di Giulietta per risvegliarla. Ella mi opprimerà di maledizioni sapendo che Romeo non fu istrutto ancora di quanto avvenne; ma invierò tosto persona a Mantova, e frattanto metterò lei in luogo salvo. Povera Giulietta, sepolta viva fra gli estinti!     (esce)


SCENA III.

Un cimitero: in esso un monumento appartenente ai Capuleti.

Entrano Paride e il suo paggio, portando corone di fiori e una torcia.

Par. Dammi quella torcia, paggio, e va in disparte... No; riportala teco: non voglio esser veduto. Va ad adagiarti là in fondo, sotto quei cipressi, e tieni un orecchio a terra: alcun piede non calpesterà il cimitero, che tu non l’oda; tanto la sua superficie è mobile e tremante per le migliaia di tombe che vi furono scavate! Se odi qualcuno appressarsi, avvertimene fischiando..... Dammi ora quei fiori, e va come t’imposi.