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218 giulietta e romeo

pronto t’appresenti ai pensieri d’un disperato!... Se ben rimembro, è in questi luoghi che dimora quel facitor di droghe, che non ha molto mirai tutto coperto di cenci. Due occhi cupi e affossati otto folte sopracciglia... un volto livido e scarno... un portamento languido, estenuato... sì, tutto palesava l’orribile miseria averlo corroso fino al midollo!... Dal palco della povera sua bottega pendevano una testuggine, un alligatore, e altre informi pelli di pesce; nel banco, ove sedeva, erano vasi di terra e fasci d’erbe appassite. Veggendo tanto squallore, fu allora che fra me dissi: se un uomo abbisognasse di veleno, sebbene il venderne sia delitto di morte, ecco pure un miserabile che ne venderebbe. Ah! tal pensiero era dunque presago del bisogno in cui fra poco ne sarei... Necessario è che lo acquisti da costui. Qui, se non erro, è la sua casa... ed oggi è dì festivo... la bottega sarà chiusa. Olà, farmacista!     (entra un Farmacista)

Farm. Chi chiama sì forte?

Rom. Vieni qui... Veggo che sei povero... eccoti quaranta ducati... dammi una dramma di veleno efficace, violento, che si spanda per le vene rapido come il desiderio del disperato che l’ingoia, e cacci la vita dal corpo colla celerità con cui scoppia la polvere accesa.

Farm. Ho di tali veleni; ma la legge di Mantova punisce di morte chi ne fa spaccio.

Rom. Oh! sarai tu privo di tutto, in preda alla più orrida indigenza, e temerai di morire? La fame divora le tue guancie; il bisogno ed i patimenti spirano da’ tuoi occhi; la povertà, e il disprezzo che la segue, s’accalcano sulle tue orme. Il mondo e le sue leggi non ti furono amici; il mondo alcuna legge non fece per arricchirti: sprezza dunque le sue leggi, e prendi quest’oro.

Farm. È la mia povertà, non il mio volere, che mi fa forza.

Rom. Ed è la tua povertà, non il tuo volere, che io compro.

Farm. Mettete questa droga in quel liquido che più vi piacerà; bevete poscia: e se anche aveste la lena di venti uomini, sarete in breve consunto.

Rom. Prendi, ecco l’oro; veleno più funesto per le anime, e che omicidii ben più assai commette in questo mondo abbonito, che non facciano le droghe che ti si vieta di vendere. Fu’ io che ti diedi il veleno, non tu. Addio: compra di che nutrirti, e rivesti di carne il tuo scheletro. — Vieni, bevanda salutifera, e non veleno; vieni meco al sepolcro di Giulietta, dove mi sarà sì dolce valermi di te.      (escono)