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atto quarto 211


SCENA III.

Stanza di Giulietta.

Entrano Giulietta e la Nutrice.

Giul. Sì, questi adornamenti mi si confanno benissimo. Buona nutrice, ve ne prego, lasciatemi sola questa notte: ho assai bisogno d’innalzare preghiere al Cielo, per intercedere da lui misericordia dei miei tanti peccati.     (entra donna Capuleto)

Don. Cap. Di che vi intrattenete? Vi occorrono i miei servigi?

Giul. No, signora; già disponemmo ogni cosa pel meglio. Se oravi piace, lasciatemi sola; vegli con voi la mia nutrice, per accudire alle molte opere che per queste nozze affrettate, son sicura, vi incombono.

Don. Cap. Vi sia lieta la notte, e coricatevi tosto, che ben ne avrete d’uopo.     (donna Capuleto e la Nutrice escono)

Giul. Addio! il Signore sa quando ci rivedremo! Mi sento correr per le vene il gelo della paura, che m’agghiaccia i sensi e il cuore! Bisogna che le richiami, onde rinfrancarmi... Nutrice! Oh! a che verrebbe ella qui? Io sola debbo riempiere quest’atto terribile!... Vieni, fiala che il sopore della morte racchiudi, vieni al mio labbro... ma se nullo fosse il tuo effetto su di me, dovrei io forse legarmi per sempre a Paride? No, no; in tal caso ancora questo ferro me ne preserverà... ei mi posi accanto (deponendo un pugnale)... Che se poi fosse un veleno che il padre Lorenzo m’avesse astutamente ministrato per farmi morire, e sottrarsi al disonore di cui questo secondo matrimonio lo minaccia... se un veleno fosse... ah! tanta perfidia non cape nel cuore d’un uomo che un’intera città ha in conto di santo..... No, non intratterrò sì reo sospetto... Ma se, dopo che sarò deposta nella tomba de’ miei padri, dovessi svegliarmi prima dell’ora prescritta a Romeo per venirmi a redimere?... Oh idea di terrore! Soffocata non rimarrei sotto quell’oscura vòlta, in cui mai non penetra spiro d’aria o di sole? non vi morrei soffocata prima che Romeo giugnesse?... O, se pur vi traessi la vita, non è conforme al vero, che l’orribile idea della morte e della notte, congiunta ai terrori del luogo, fra quei profondi sotterranei, dove da tanti secoli s’accumulano le ossa de’ miei parenti, dove giace Tebaldo nel suo funereo drappo tutto ancora sanguinoso, ov’è fama che gli spettri convengano in certe ore...